venerdì 19 maggio 2017

King Arthur - Il potere della spada

Guy Ritchie



In una sezione del piacevolissimo King Arthur – Il potere della spada, diretto e co-sceneggiato da Guy Ritchie, il protagonista Charlie Hunnam (un Re Artù in formazione) deve attraversare le Terre Oscure per attingere completamente al “potere della spada” Excalibur. E’ un viaggio pieno di avventura; s’intuisce che Guy Ritchie ha filmato più materiale; ma ne vediamo un riassunto di pochi minuti. Non faccio per dire, ma Peter Jackson ne avrebbe fatto un intero film (mi affretto ad aggiungere che il tono critico vale solo per il Jackson decaduto de Lo Hobbit). Guy Ritchie non solo possiede un dono per il riassunto ma non ha esitazioni a metterlo in pratica – neppure in un costoso blockbuster pieno di CGI come questo.
E Ritchie è così bravo nel riassunto perché, nel suo cinema, il suo atteggiamento verso la narrazione è libero, addirittura sfrenato. Affabulatore compulsivo, Ritchie (anche sceneggiatore dei suoi film) ama mettere in scena un racconto frazionato, fatto di lampi narrativi: ama procedere per flashes, per accenni, per dettagli divaganti. Ciò può dare al suo cinema un certo senso di slegato – ma gli dà anche originalità e il suo fascino. Se a volte si ha l’impressione che il film vada per conto suo, questo è un prezzo che con Guy Ritchie si paga sempre volentieri.   
Vale anche per King Arthur? Beh, è pacifico che qui Ritchie non possa permettersi l’approccio vagamente anarchico di Lock & Stock, Snatch, RocknRolla. Ma proprio come nei suoi film di Sherlock Holmes (e, se pensiamo alla parte “londinese” di King Arthur, ancora di più) riesce a negoziare coi produttori un compromesso che lascia degnamente integre le sue caratteristiche.
Morale: la miglior caratteristica di King Arthur è la freschezza. Nel film – i cui credits di apertura appaiono audacemente sull’azione (il colpo di stato del crudelissimo Vortigern/Jude Law contro suo fratello Uther/Eric Bana, padre di Artù), contaminandola in modo che lo spettatore non sa cosa guardare – dopo il massacro dei lealisti e l’uccisione dei genitori Artù bambino viene affidato a una barca alla deriva, come Mosè, e finisce a Londinium (una Londra antica bizzarramente multietnica!) dove viene raccolto da una prostituta. Per inciso: che la narrazione sia totalmente eterodossa rispetto alla materia arturiana lo mostra già all’inizio il dettaglio che qui Mordred diventa il nome dell’arcimago malvagio sconfitto da Uther. Fatti salvi, s’intende, i futuri sequel. Cresciuto in un bordello, il futuro Re Artù diventa uno di quei piccoli criminali dotati di sense of humour e grandi parlatori che Ritchie amava tanto ritrarre nella prima parte della sua carriera. Il dialogo in King Arthur è spiritoso, molto veloce, pieno di ironia.
La narrazione è sciolta; l’azione procede con un elegante montaggio temporale a intarsio. La visualizzazione dell’incontro dei ribelli con i baroni del regno, che oscilla tra l’ipotesi visualizzata e il “racconto primo”, esalta il principio del cinema contemporaneo di giocare con i vari statuti di realtà dell’immagine. E quando a un certo punto Artù sta facendo un racconto, che vediamo visualizzato sullo schermo, a un poliziotto scettico, dice “Facciamo un passo indietro” – e il film lo prende sul serio: vediamo i personaggi muoversi a rovescio. Nota bene, quel ch’è tipico di Guy Ritchie non è l’uso di questa trovata linguistica ma il fatto che essa compaia in un punto solo del film. Ritchie è innamorato delle possibilità del cinema, ama sfoggiarne l’onnipotenza, come un bambino coi suoi giocattoli.
Come già accennato, non bisogna aspettarsi una rievocazione solenne alla John Boorman. Il film segue fedelmente le modalità dell’action fantasy: correre e battersi, fiamme e ass-kicking, mostri e magia. King Arthur ingloba e restituisce tutta una serie di suggestioni – però il suo stile vivace impedisce di percepirlo come semplicemente derivativo. Sul piano grafico, il film si rifà allo stile dell’illustrazione sword and sorcery – il mostro fiammeggiante che uccide Uther all’inizio (dire di più sarebbe uno spoiler) deve qualcosa a Frank Frazetta – e per altri aspetti alla pittura fantastica inglese tardo-ottocentesca; lo mostra la superba concezione della creatura maligna che vive nell’acqua (visivamente la miglior invenzione del film), fatta di tentacoli e corpi di donne nude. E’ un’ottima idea, a tal proposito, che la figura della Dama del Lago la rispecchi con un cambiamento di segno, in positivo, coi suoi veli bianchi che fluttuano sott’acqua: omaggio alla concezione dell’equilibrio esposta nel film.
Ma naturalmente i riferimenti più immediati sono cinematografici. I giganteschi elefanti mostruosi al comando del mago Mordred e tutta la battaglia iniziale fanno pensare immediatamente a Il Signore degli Anelli; la divisione tra uomini e maghi in due specie diverse (all’inizio una didascalia ci informa che “uomini e maghi” vivevano in pace finché non arrivò Mordred) può ricordare il mondo di Harry Potter; infine, l’eponimo “potere della spada”, che Artù deve imparare a controllare come soggetto recalcitrante ha un forte sapore di Star Wars – e in fondo le guardie mascherate di Vortigern non sono così distanti dagli Stormtroopers imperiali.
Ma questo gustoso mix di Signore degli Anelli, Star Wars, cinema action e perfino kung fu sottoutilizzato, il tutto vivacizzato dall’umorismo e dalle caratterizzazioni popolaresche propri di Ritchie, funziona bene. Cos’altro dovremmo chiedere al film?

martedì 9 maggio 2017

Far East Film Festival 2017

A giudizio pressoché unanime, il Far East Film Festival 2017 di Udine è stata una delle edizioni migliori. Ed ecco una breve carrellata (si dice breve per educazione, e inganno, ma non è breve) su quei film che ho avuto modo di vedere.

Partiamo da Hong Kong, non solo perché il FEFF è nato lì, ma perché questo è stato l'anno hongkonghese: con la bellissima retrospettiva “Creative Visions” sui film hongkonghesi più importanti girati nei vent'anni dall'Handover (il passaggio alla Cina); con il restauro (primo restauro del FEFF) di quel capolavoro assoluto che è Made in Hong Kong (1997) di Fruit Chan; e naturalmente col film di chiusura, Shock Wave di Herman Yau.
Iniziamo da questo: interpretato da un Andy Lau particolarmente ieratico, Shock Wave è uno dei migliori film del regista, e forse il più costoso ma, merito della buona sceneggiatura di Erica Li, Yau domina assai bene la materia, con una tensione continua senza sbavature. Storia del ricatto alla città da parte di un gruppo di criminali che hanno minato uno dei suoi grandi tunnel, pieno di ostaggi, è un poliziesco d'azione incentrato sui concetti di righteousness e di sacrificio per la comunità, con una tragicità che non potremmo vedere nel cinema americano. Nota che l'ultima scena, la sepoltura dei caduti, si svolge in un tripudio di bandiere hongkonghesi, e il poliziotto con la cornamusa è sì una caratteristica della polizia di Hong Kong, ma riafferma visivamente la cultura della città col suo influsso britannico.
Il prolifico (e disuguale) Herman Yau era presente anche con un altro film, The Sleep Curse – che chi ha visto non rivedrà mai più sul grande schermo, giacché il FEFF ha potuto mostrare l'edizione integrale che non apparirà più (se non cult movie uncut in DVD): questo horror contiene un paio di scene efferate (l'evirazione in dettaglio!) in confronto alle quali il famoso The Untold Story di Yau sembra Walt Disney. Dopo un inizio un po' faticoso, il film prende il volo con una doppia storia (“racconto primo” e flashback, ambedue con Anthony Wong, come padre e figlio) con invenzioni macabre (splendida quella, unico tocco umoristico, del cervello rubato contrabbandato dentro un durian) che diventano sempre più sanguinarie, fino all'esplosione di pura follia del finale.
Se questo ci riporta ai bei tempi della Categoria III, va detto che la nostalgia è la caratteristica principale della parte più viva del cinema di Hong Kong. Tutta nostalgia di un cinema che si identifica con la grande stagione degli hopping vampires) è il gustoso Vampire Cleanup Department (vedi scheda sotto). Allo stesso modo, è nostalgia pura l'incantata rievocazione della storia di Hong Kong, collegata a un discorso sentimentale sull'amore e la perdita, nella commedia surreale Shed Skin Papa di Roy Szeto, con Louis Koo e Francis Ng. Dopo la morte del padre malato di Alzheimer il protagonista (un aspirante regista fallito) se lo ritrova in casa moltiplicato per sette – in quanto fa la muta come i serpenti, ogni volta ringiovanendo di dieci anni, e a un certo punto tutte le pelli scartate riprendono vita!
E ancora, uno sguardo diretto e preciso alla Hong Kong popolare si ritrova in Mad World, dramma dell'esordiente Wong Chun, in cui il camionista Eric Tsang (uno dei due Gelso d'Oro alla Carriera conferiti quest'anno dal FEFF) deve convivere con un figlio bipolare. Bel film degno di nota per la sua sobrietà, privo di quell'ondata di spiegoni, retorica, buoni sentimenti e cattivo melodramma che ci avrebbe messo un regista italiano (e un americano, quasi).

Com'è noto, il cinema hongkonghese attualmente deve scegliere fra storie di sapore locale e le coproduzioni Hong Kong-Cina, che non sempre riscontrano i gusti del pubblico nella ex colonia ma in compenso si aprono l'immenso mercato della Cina continentale. Di queste è un esempio Kung Fu Yoga, di Stanley Tong, con Jackie Chan. Ora, Jackie Chan è sempre simpatico, e l'imprevisto balletto finale stile Bollywood è una graziosa idea. Ma questo è il massimo che si può dire di un film stanco e singolarmente mal diretto basta vedere come Stanley Tong, che pure è il veterano autore di Terremoto nel Bronx, spreca la pagina di Jackie Chan in auto con un leone, nell'abissale segmento ambientato a Dubai. Già meglio, benché alquanto didattico, Extraordinary Mission di Alan Mak e Anthony Pun (ma siamo lontani dal fantastico Operation Mekong di Dante Lam, che non è apparso al festival perché già molto visto a livello internazionale).

Quest'anno viene dalla Cina continentale una pattuglia eccellente, che ha rappresentato uno dei punti alti del festival. Il capolavoro del FEFF di quest'anno è I Am Not Madame Bovary (vedi scheda sotto) di Feng Xiaogang, il quale ha ricevuto l'altro Gelso d'Oro alla Carriera dell'edizione 2017. Accanto a questo film di straordinario livello, cito subito Mr. Zhu's Summer descrizione in chiave leggera, anche se con sottotoni tristi, delle disgrazie di un insegnante sfortunato e di due ragazzi difficili che lo mettono nei guai ma che lui aiuta a crescere. Il film ha un tocco delicato e anche l'elemento drammatico non è mai strappalacrime. Quel naturale umorismo che salta sempre fuori quando sono al centro dei bambini (qui una vera folla) lo rende gradevolissimo; il film qui raggiunge tocchi quasi truffautiani. Naturalmente è anche uno sguardo sulla scuola cinese, capace di allargarsi anche al di fuori (assai bello, quasi una candid camera, l'episodio del matto che regala banane, con la reazione allarmata della gente).
Someone to Talk To di Liu Yulin, storia di crisi matrimoniale, affronta senza antonionismo il tema dell'incomunicabilità. Questo quadro complessivo sull'incomprensione reciproca, gli equivoci, gli egoismi esistenziali, le piccole meschinità, mette in scena una catena implacabile di causa-effetto sulla base di un pessimismo assoluto. Va aggiunto che certe sceneggiature molto ordinate, con snodi e giunture tutti perfetti, a volte respingono lo spettatore; mente qui la quieta bellezza della regia di Liu Yulin, insieme alle ottime interpretazioni, ci evita tale rischio.
Duckweed di Han Han, che cresce dopo un inizio infelice, approfitta del tema del viaggio nel tempo per una descrizione calda e divertente della Cina fine anni Novanta. Il film è pieno di jokes alla Ritorno al futuro che rendono il dialogo scoppiettante, per esempio con le previsioni sballate: “Vendi il computer e investi in uno stock di cercapersone, in futuro i numeri di beeper varranno moltissimo” immaginate la faccia dell'ascoltatore che viene dal presente!
Menziono infine un bizzarro mix di western e buddhismo lamaista, dall'ambizioso programma narrativo, Soul on a String di Zhang Yang. A parte i suoi difetti (fra cui quello dell'eccessiva lunghezza), è comunque interessante questa ridefinizione delle categorie del western in chiave tibetana; e le usanze tibetane, così nuove ai nostri occhi, aggiungono un tocco di esotismo molto attraente.

Da Taiwan arriva Godspeed di Chung Mong-hoon: gran bel film, sulle dis/avventure di un corriere della droga e del suo tassista (proprio così) nell'entroterra dell'isola. Ha un aspro umorismo e una capacità di scrittura che si esalta nel dialogo: per capirci, si potrebbe paragonare a un Quentin Tarantino più malinconico e con un fondo sentimentale. Alcune scene sono da antologia, o sul piano dello humour “filosofico” o su quello della violenza. Bisogna aggiungere che è uno dei film meglio interpretati che si siano visti quest'anno (anche questo ricorda Tarantino: la giustezza di definizione e interpretazione di ogni personaggio, anche minore). Da ricordare in primo luogo un'interpretazione veramente monumentale, nel ruolo del tassista immigrato da Hong Kong, di un'autentica icona della vecchia commedia cantonese: nientemeno che Michael Hui.
52Hz, I Love You di Wei Te-sheng è un musical (una panoramica di Taipei il giorno di San Valentino, incentrata su due coppie principali e due secondarie) con pregi e difetti. Il film comincia a funzionare all'incirca dopo i primi 25 minuti, in coincidenza con l'entrata in scena di una coppia gay femminile che va a sposarsi, il che introduce un elemento di novità (e sono anche fra le interpreti migliori). Da quando il film ingrana la marcia, le cose funzionano, e vanno in crescendo; vale anche per le canzoni, che all'inizio sono piuttosto fiacche, poi migliorano anche se non arriviamo mai ad Andrew Lloyd Webber. Nelle coreografie (ma non è, se non in piccola parte, un musical di balletto) spuntano qua e là un paio di idee graziose, come il coro in Vespa o l'omaggio a Gene Kelly. A una certa complessiva mancanza di verve si contrappongono attori e attrici bravi, o almeno simpatici.
Non sono infine in grado di dare un giudizio su Mon Mon Mon Monster di Giddens Ko, perché ho interrotto la visione dopo trenta minuti, quando gli studenti crudeli strappano i denti al bambino-mostro con le tenaglie arroventate, in quanto non lo reggevo. Non è la sua crudeltà alla Arancia meccanica a disgustarmi, è il compiacimento con cui Giddens Ko la filma (mdp avanti sul viso ridente dei torturatori), che ha qualcosa di abbietto.
 
Anche se non manca qualche film deludente, come Over the Fence di Yamashita Nobuhiro o Hirugao di Nishitani Hiroshi, il Giappone resta la miglior cinematografia asiatica. Non ho visto il film vincitore del premio del pubblico, Close-Knit di Ogigami Naoko (Rent-a-Cat), ma il delizioso Survival Family di Yaguchi Shinobu (vedi scheda sotto) è stato una degna apertura del festival. Da menzionare subito è At the Terrace di Yamauchi Kenji una pièce teatrale perfettamente trasportata su grande schermo, uno sbranarsi sotto le forme rigorose della buona educazione (sembra Noël Coward), conclusa da magnifici titoli di coda in puro stile Welles con in più uno scoiattolo trovato sul set... Orson Welles with squirrel! Il miglior film giapponese della selezione, insieme a Love and Other Cults di Uchida Eiji (vedi scheda sotto).
Senz'altro buono anche Teiichi – Battle of Supreme High di Nagai Akira; è tratto da un manga e si vede, nelle atmosfere e nella recitazione volutamente eccessiva, manga-like, dei suoi giovani interpreti. Aspramente satirico, parla della lotta politica all'ultimo sangue per la carica di presidente del consiglio studentesco in una high school d'élite che è il trampolino di lancio per la politica nazionale. Un film piacevolissimo, divertente nella sua cupezza da humour nero, eppure credibile: un esempio di deformazione satirica che non crea un panorama nuovo e falsato ma si limita a caricare, com'è giusto, i tratti del panorama di riferimento.
Molto gustoso è Hamon: Yakuza Boogie di Kobayashi Shotaro. Avventura gangsteristica di due personaggi, un giovane pirlotto e uno yakuza tough as nails, è il classico film buddy-buddy con due partner che credono di detestarsi e invece si vogliono bene ma non lo ammettono. Due eccellenti interpretazioni, con un grande gioco fra l'ingenuo e vigliacco Ninomiya e l'insopprimibile Kuwabara; anche se gli interpreti sono entrambi bravi, è il secondo (Sasaki Kuranosuke) che ruba la scena. Certi momenti – quando sbarra minacciosamente gli occhi contro uno yakuza avversario oppure quando, rivelando un lato del tutto inaspettato, si mette a cantare (benissimo) al karaoke – si possono definire solo sublimi. Il dialogo è gustosissimo (autocritica di Ninomiya quando chiede soldi alla madre: “Digita 'cattivo figlio' su una stampante 3D e vengo fuori io”); il ritmo è veloce, giustamente distribuito fra commedia di rapporti e improvvise esplosioni di violenza; e fin dai primi minuti si nota una regia di polso.
Satoshi: A Move for Tomorrow di Mori Yoshitaka è un biopic ben organizzato su un campione di shogi, l'equivalente giapponese degli scacchi. Scoop! di One Hitoshi è piacevole, se non particolarmente memorabile. Ancora Yamashita Nobuhiro con My Uncle, simpatico ritratto di uno pseudo-filosofo lazzarone, danneggiato dal profondo iato fra la parte giapponese e quella hawaiana che segue, assai inferiore. Per la cronaca, Yamashita era presente al FEFF anche con il ben più notevole Ramblers, del 2004, omaggio ai manga di Tsuge Yoshiharu.
Chiudiamo con un regular del FEFF, Hiroki Ryuichi, che stavolta va sul commerciale illustrando un manga su un poliziotto trentenne che sposa una liceale sedicenne, con il coetaneo della ragazza (il classico teppista dal cuore buono) a fare da terzo incomodo. Il film è francamente un Hiroki minore, ma non lascia un cattivo ricordo. Grazioso il finale, con un'uscita dalla scuola di marito e moglie riconciliati che inopinatamente si trasforma in balletto da musical. Ma non abbandoneremo il Giappone senza menzionare il bellissimo documentario Mifune: The Last Samurai di Steven Okazaki e un eccellente restauro del capolavoro del 1967 Branded to Kill (La farfalla sul mirino) di Suzuki Seijun.

Il cinema della Thailandia è sempre più cresciuto nel corso degli anni; lo dimostra un ottimo prodotto dell'ultima annata, il film sentimentale collettivo The Gift. Tra quelli visti al FEFF, lo confermano due buoni horror. Take Me Home di Kongkiat Khomsiri colpisce, anche se non è potente come Slice dello stesso autore. Un giovane, che dopo un incidente è stato in coma e ha perso la memoria, viene a sapere dov'è la villa di campagna della sua famiglia. Qui incontra non solo una sorella gemella che non ricordava di avere ma una serie di personaggi (la famiglia di lei) impassibili e insieme spaventati. Il film in questa parte possiede un eccellente senso onirico, e un'angoscia della “stranezza del quotidiano”: il regista ha certamente riflettuto su Shyamalan. Un tocco notevole è che tutto questo si svolge non nella solita villa antiquata e creepy ma in un ambiente moderno, come in The Black Cat di Ulmer. Si parla subito di ghosts, e non è difficile capire che probabilmente questi strani familiari sono tutti morti. La seconda parte mostra il giovane che cerca di fuggire e non ci riesce, e si aggira perduto in un loop temporale (potremmo pensare a Operazione paura di Mario Bava): in questa villa che mostra il suo vero volto, abbandonata e in rovina, gli spettri fanno rivivere ai suoi occhi le tragedie che hanno distrutto la famiglia e si svela più di un cupo segreto.
Siam Square di Phairat Khumwan è un po' difficile da seguire nella sua intricata rete di rapporti fra i personaggi, anche a causa del racconto ellittico, pieno di sospensioni e ritorni temporali; ma ne vale la pena. Non tanto per il lato spettrale, che è piacevole ma derivativo, bensì perché questo lato spettrale non è fine a se stesso ma fa da catalizzatore per il vero tema del film, che è l'adolescenza. Credo di avere visto raramente nel cinema orientale (che pure di coming of age parla moltissimo) una descrizione così intensamente e sottilmente malinconica del dolore adolescenziale: la fragilità emotiva, l'essere “tutta pelle”, la finta forza, la paura dei sentimenti, insomma la tragicità di questo periodo della vita.

Dalla Cambogia – un cinema che sta rinascendo dopo la catastrofe – arriva Jailbreak, diretto da Jimmy Henderson (il quale, curiosità, è di origine italiana). Sono botte da orbi in un action carcerario (poliziotti contro una folla di evasi che si aggira nei corridoi della prigione) agile, piacevole, vivace e lucidamente fumettistico. Ottimi esperti di arti marziali; però è inevitabile che al centro dell'azione brilla la splendida Céline Tran (già nota nel mondo del porno col nome di Katsuni), memorabile cattiva super-fetish armata di katana in stile Kill Bill, e circondata da una gang di bellezze assassine.

Invece quello della Corea è un cinema che appare più stanco di alcuni anni fa. E' spesso la tendenza al gigantismo che lo rovina; ne è esempio un film confuso e divagante quale Master di Cho Ui-seok (capofila di altri tutti uguali usciti l'ultimo anno), per non parlare di un filmaccio mediocre come Fabricated City di Park Kwan-hyun. L'action carcerario The Prison di Na Hyun è interessante ma prima accenna a significati metaforici, poi li vanifica riducendosi a pura azione (analogo per l'ambientazione, è meno ambizioso e migliore il succitato cambogiano Jailbreak).
Passando a film migliori, segnalo il bel Vanishing Time: A Boy Who Returned di Um Tae-hwa. C'è una certa poesia nella descrizione della sua amicizia/amore infantile, e quando più tardi si concretizza la situazione fantastica essa è insieme originale e ben sviluppata. In sintesi, tre coetanei e amici della bambina protagonista sono considerati scomparsi, ma in realtà si trovano a vivere in un “tempo congelato”, l'eterno presente di un attimo che non passa mai. Il film raggiunge una logica spietata nella descrizione di questa loro condizione, con tocchi di veridicità ammirevoli. La situazione finale è anch'essa sviluppata con coerenza e con una crudeltà molto coreana. Va detto che le guasta un po' un finale romantico che, oltre ad essere pomposo, va anche contro le premesse.
Quanto a House of the Disappeared di Lim Dae-woong, la forza di questo film sul piano inventivo può essere anche la sua debolezza nel rapporto col pubblico. Apparentemente è una storia di fantasmi in una haunted house; e lo si trova piacevole, anche emozionante, ma non molto originale. L'ultima mezzora però (attenzione, spoiler!) rovescia completamente la concezione del film, e anche la sua collocazione di genere, spostando il film sul piano dei paradossi temporali, nonché dall'horror al mélo. Le invenzioni connesse a tale spostamento sono intelligenti, estremamente elaborate; e la svolta narrativa rende originale un film che non lo era. Sul piano del linguaggio il film è fluido, scorrevole, diretto in modo competente. Bella l'interpretazione di Kim Yunjin nel ruolo della protagonista in due età (alternate nel racconto), vecchia e giovane.
Run-Off di Kim Jong-hyeon è un discreto film sportivo del genere struggling team. Nella prima parte, un allenatore sfigato viene incaricato di organizzare la prima nazionale femminile coreana di hockey su ghiaccio (in realtà è un imbroglio dei dirigenti). Mette insieme, come nelle regole del genere, un gruppo di atlete improbabili che non vanno neanche d'accordo fra loro; una di esse, Ji-won, è una defezionista dalla Corea del Nord, che fuggendo ha lasciato al Nord la sorellina – involontariamente, ma la sorella non lo sa. Sempre secondo le regole del genere, il gruppo supera le difficoltà (come si dice: from zero to hero) e riesce a farsi mandare agli Asian Games in Giappone. La seconda parte consiste largamente di scontri sul ghiaccio, assai ben girati; però, in aggiunta all'aspetto prettamente sportivo, c'è la complicazione mélo per cui Ji-won ritrova la sorella, cresciuta, che ora è membro della nazionale nordcoreana (più forte delle sudcoreane) e la odia per averla abbandonata.
Nord e Sud Corea anche in Confidential Assignement di Kim Sung-hoon, un piacevolissimo poliziesco buddy-buddy che rinfresca il tema dei colleghi nemici-amici accoppiando in un'operazione a Seoul un poliziotto nordcoreano e uno sudcoreano – rispettivamente Hyun Bin e il grande Yoo Hae. Il gioco fra loro è divertentissimo, estendendosi oltre la reciproca polemica politico-nazionale per coprire lo stile di investigazione, la concezione del lavoro e perfino il linguaggio del corpo (con Yoo Hae che gesticola e parla a manetta, Hyun Bin tutto rigido e contratto). Il racconto d'azione scorre veloce e sicuro, e le divagazioni sulla famiglia di Yoo Hae sono deliziose.

Un paio dei principali contributi artistici al FEFF lo dobbiamo alle Filippine. Il FEFF ha presentato Seclusion (vedi scheda sotto), horror a sfondo teologico di Erik Matti, che va senz'altro annoverato fra i suoi film migliori. Ancor più notevole Die Beautiful, splendido film transgender di Jun Robles Lana (Barber's Tales). In due parole, la fabula è la storia della vita - amori, amarezze, l'adozione e la crescita fino all'adolescenza di una bambina orfana - di due transessuali, Trisha e Barbs, amici fin dagli anni del liceo, che viene rievocata a partite dalla veglia funebre di Trisha, morta giovane per un aneurisma. Item è uno sguardo sul mondo trans filippino, sulla difficile condizione degli omosessuali, e anche su quella bizzarra istituzione che sono i concorsi locali di bellezza aperti alle drag queens, svolti anche nei piccoli paesi. Item è una spettacolare panoramica sul make-up, che è l'arte delle due. Piena di umanità, questa storia di una doppia vita è allo stesso tempo un dramma e una commedia narrata con contagioso umorismo. E bisogna ancora menzionare la cosa più importante: la storia è narrata con continui salti di tempo, quindi con continue anticipazioni che trovano la loro spiegazione in seguito; sembra che ciò possa renderlo difficile ma in realtà, entrati nel gioco, si segue perfettamente. Questo uso dell'analessi, rinforzato da un montaggio prodigioso, è uno dei più belli che io abbia mai visto.

Che cosa resta? Il Vietnam con il simpatico Tam Cam: The Untold Story (vedi scheda sotto) dell'attrice diventata regista Ngo Thanh Van (Veronica Ngo). Segue la Malaysia con Mrs. K di Ho Yuhang, coprodotto con Hong Kong. Ben si capisce perché il regista malaysiano ha chiesto a Fruit Chan di fare un cameo in Mrs K: lui vorrebbe essere Fruit Chan. Tocchi di estetismo (una panoramica verticale che sale dalle gambe di un sicario ma prima di raggiungere la faccia si trasforma in un'identica pan verticale su un'auto parcheggiata), che inseriscono un tocco di ambiguità artistica nel gangster thriller; una narrazione che gioca a confondere lo spettatore (sogni e perfino l'apparizione allucinatoria di tre fantasmi)… Fatto sta che Ho non è Fruit Chan tuttavia, possiede del talento, ed è bravo nell'azione. In sintesi Mrs K è un'esperienza altalenante, con momenti felici ed altri meno. Buona la protagonista Kara Wai, e naturalmente il villain Simon Yam.
Chiudiamo con l'Indonesia, con My Stupid Boss della sua regista più nota, Upi. Molto diverso da quel che avevamo visto in precedenza di Upi, si apre su un panorama metropolitano, pieno di colori brillanti e sfacciati che fanno pensare alla Francia di Amélie (quella persiana verde che si apre su un muro rosso!). Una giovane executive viene assunta in un ufficio dove il boss è un cretino totale che le ha tutte, dalla ridicolaggine fisica all'amnesia alla pigrizia alla piccola disonestà nel trattare coi sottoposti. Lei prima si incazza, ma per ragioni legali non può dimettersi, poi gli dichiara guerra (mentre il marito passabilmente scemo difende il boss che è un suo vecchio amico). Naturalmente alla fine si scopre che il boss ha un grande cuore. E' una commedia francamente silly – ma andando avanti convince, principalmente per un motivo: l'esagerazione oltraggiosa con cui viene ritratto questo boss demenziale (Reza Rahadian, che dopo aver fatto lo scemo per tutto il film è sorprendente quando assume un'aria umana alla fine) ha qualcosa di eroico, e mi sono sorpreso più volte a scoppiare a ridere per la sua sfacciataggine.

Va da sé che ci vorrebbe un FEFF almeno trimestrale. Ma aspettiamo con fiducia il 2018… la ventesima edizione!… e saranno fuochi artificiali.



Vampire Cleanup Department

Chiu Sin-hang & Yan Pak-wing

Gli hongkonghesi sono impegnati in tutti i modi a difendere la loro eredità e la loro specificità culturale, a partire dalle strade e gli edifici fino alla lingua cantonese. Direi che perfino un grazioso piccolo film senza pretese come questo rientra a suo modo in questo contesto – a Hong Kong anche la nostalgia è un atto politico.
E questo è certo un film basato sulla nostalgia. Vampire Cleanup Department non è un horror, e non sarebbe corretto neanche definirlo una horror comedy: è una commedia sentimentale in salsa horror, e un omaggio viscerale al vecchio cinema degli hopping vampires e più in generale al vecchio cinema di HK (proprio alla commedia cantonese si richiamano alcuni dialoghi veloci). Lo dimostra il recupero di un'autentica icona del vecchio cinema hongkonghese come Richard Ng.
Il giovane cacciatore di vampiri, ultimo arrivato nel team, si innamora della bella vampira, la nasconde e segretamente la rende umana; la pagina in cui lei per amore impara a camminare invece che saltellare com'è proprio della sua specie è spudoratamente romantica, e commovente: verrebbe da pensare a un Frank Borzage delle “pratiche basse”. Manca comunque l'happy end – se non per la via traversa della reincarnazione.
Il giovane attore Babyjohn Choi è corretto, ma quella che più colpisce è la sua partner, Lin Min-chen. Regge con grazia e grande sicurezza una parte difficile, perché si tratta di partire dalla rigidità espressiva della donna-vampiro catatonica tradizionale e incrinarla a poco a poco man mano che comincia a ritornare l'umanità. La scena della cena in casa della nonna del protagonista (interpretata da un'altra veterana del cinema hongkonghese, Susan Shaw) è assolutamente deliziosa – con lei che ha appena imparato a sorridere e non capisce bene quello che le succede intorno, e allora sorride con aria perplessa lasciando intravedere i canini appuntiti.

I Am Not Madame Bovary

Feng Xiaogang

Non solo il miglior film di Feng Xiaogang negli ultimi anni ma sicuramente il suo migliore in assoluto, I Am Not Madame Bovary è un capolavoro. Detto per inciso, il titolo inglese internazionale non rende affatto quello cinese, che suona “Io non sono Pan Jinlian” (un nome proprio che per antonomasia significa “donnaccia”).
Questo film potrebbe esser definito la Storia di Qiu Ju (alludo al film di Yang Zhimou) di Feng Xiaogang. Lian (Fan Bingbing) è una donna di campagna in lite coll'ex marito (avevano divorziato come trucco per ottenere un appartamento in più, coll'accordo di risposarsi subito dopo, ma lui ne ha approfittato per sposare un'altra). Il tribunale locale le dà torto – e lei amplia la sua protesta entrando in causa coi giudici, i burocrati del livello superiore, e via via – fino a turbare l'Assemblea Nazionale del Popolo a Pechino! E questo è solo l'inizio – continua per dieci anni, e diventa il terrore dei politici locali. Come sentiamo nel film (che è anche un'ironica riflessione sulla dialettica fra piccolo e grande), “un granello di sesamo è diventato un'anguria”.
Si tratta di un film fortemente satirico, ma attenzione, un esempio raro di satira senza commedia: una satira di cervello, dove l'elemento di aspro divertimento è nelle cose e non nel modo di racconto. Volendo trovare riferimenti occidentali: una satira che non richiama Swift (anche se è molto swiftiana la scena del padrone del frutteto nel pre-finale) bensì Gogol'.
Bisogna saper cogliere la raffinatezza dei tocchi – ad esempio, a un certo punto veniamo spiazzati da un brusco stacco a personaggi dell'antica Cina, immobili, su cui risuonano massime che paiono confuciane. Poi vediamo che è un museo delle cere, e queste massime sono profferite dal capo-burocrate di partito, in visita , con la “saggezza” para-confuciana del politicante. Oppure, bellissimo il modo in cui le ripercussioni del caso coinvolgono le lotte tra correnti del partito comunista cinese.
L'aspetto più evidente a prima vista, e del tutto rivoluzionario, è che il film usa tre formati: uno che è un audacissimo formato “rotondo” ottenuto con un mascherino (sembra incredibile ma metà del film si svolge così), per le scene nel villaggio; nei due viaggi a Pechino cui assistiamo, il film passa all'antico formato 1:37:1 dei film di una volta; e per la conclusione adotta il formato scope. La fotografia di Luo Pan, estremamente raffinata, fa miracoli di eleganza (perfino estenuata), in particolare in questo inusuale “formato tondo”. E le transizioni da un formato all'altro sono bellissime, autentica poesia visiva.

Survival Family

Yaguchi Shinobu

Come diventerebbe la nostra vita se improvvisamente e misteriosamente sparisse l'elettricità? Dopo il momento di sconcerto iniziale, l'iper-urbana famiglia Suzuki mette le gambe in spalla, o meglio monta sul sellino della bicicletta, e cerca perigliosamente di raggiungere il nonno pescatore che abita sulla costa, molto lontano.
Survival Family è estremamente piacevole. Ci sono momenti di vera satira (gli impiegati che sfondano la porta della ditta pur di entrare a lavorare!) ma è una satira delineata così finemente che si confonde con la pura osservazione. Per cui specie la prima parte del film è quasi uno studio di antropologia giapponese: uno dei suoi motivi di fascino.
Il film è costellato di idee intelligenti (memorabile il gruppo di donne cieche che si sono inventate un mestiere come guida in un lungo tunnel). Col progredire della storia si crea un'autentica empatia verso la famiglia protagonista, e lo spettatore “sente” la situazione a tal punto che quando appare una tavola di cibo “normale” dopo molto tempo, fame e cibo per gatti, ci sembra di sentir brontolare il nostro stomaco.
Risolutamente ottimista, il film trascura completamente quei (sicuri) risultati della situazione messa in scena che sarebbero la violenza e il saccheggio, o almeno la prostituzione in cambio di cibo. Però sarebbe ozioso rimproverarglielo in nome di un mediocre realismo: quello che importa è che costruisca un racconto in sé plausibile e capace di avvincere lo spettatore, e su entrambi i piani il film è pienamente riuscito. Notevole è soprattutto il suo tono sobrio: fra tante occasioni, solo una scena è fortemente enunciativa (la corsa in ralenti verso il padre ritrovato), e siccome arriva alla fine sciogliendo un punto di tensione emotiva forte, è più che accettabile.
Probabilmente il segreto di Yaguchi è che, al di là della buona tecnica di scrittura e della sicurezza di regia, è un convinto umanista. Non è la prima volta che nella letteratura/nel cinema assistiamo all'apocalisse come occasione per una rinascita spirituale – uno dei primi a farlo in forme sociali, cioè senza recuperare il mito di Adamo ed Eva, è stato un intelligente scrittore reazionario francese, René Barjavel (un cui romanzo, fra l'altro, mette in scena proprio la scomparsa dell'elettricità). Però anche quando la trasformazione del mondo ha un esito positivo, passa per la violenza, magari in stile western, ed è duramente definitiva. Nel film di Yaguchi invece l'esito è una trasformazione personale, che ha luogo in un “nuovo mondo” che è tornato a essere quello precedente sul piano tecnologico – anche se non sappiamo quanto, e si si presume che con l'esperienza vissuta la gente sia diventata più saggia, come lo sono diventati i membri della famiglia. Più che moralismo apocalittico, è moralità, che è meglio.

Love and Other Cults

Uchida Eiji

In Love and Other Cults è sicuramente centrale il fatto che la protagonista si chiami Ai (Amore). Questo perché il film, almeno come lo intendo, traccia nel suo svolgimento un'“enclopedia dell’amore” – è come se Ai nel corso della sua storia si reincarnasse successivamente in varie incarnazioni dell’amore, nel senso più lato possibile della parola, dall’amore familiare all’amore sessuale, dalla prostituzione nei massage parlors al porno. Il tutto confusamente intrecciato con il concetto di Dio (amore anche qui?). Non a caso la girandola di situazioni che Ai attraversa diventa anche una girandola di nomi che cambia. Accanto a ciò, Love and Other Cults intende fornirci una descrizione complessiva della vita fra adolescenziale e delinquenziale di questi ragazzi sbandati di una cittadina – dove non manca l’evocazione continua del sogno di andarsene. Un film che, senza possederne la stessa perfezione, mostra quella stessa coraggiosa ambizione alla totalità del superbo Love Exposure di Sono Sion, anch'esso visto in passato al FEFF.
Il film concretizza la sua ambizione “enciclopedica” attraverso una serie di linee narrative interlineate, e una struttura quasi a mosaico, con episodi e forti ellissi. La voce narrante del protagonista Ryota fa da collante, oltre che enunciare per gli spettatori il concetto centrale dell’amore (“Questa è la mia love story”). La narrazione quindi è anticlassica, frazionata, freewheeling. Mi sembra di cogliere nel film una certa influenza di Imamura Shohei (penso alla scena in cui la ragazza drogata “balla” con i gangster sotto gli occhi dell’amico-nemico di Ryota). Spiccano nei suoi episodi una capacità di messa in scena e un senso dell’umorismo grottesco (la scena parodiante Tarantino del rapimento, in cui i cattivi votano su cosa fare della ragazza buttata in una fossa, e lei alza la mano votando per la propria liberazione!) che fanno da punti di concentrazione dell’attenzione.
E’ innegabile che il film non riesce a padroneggiare completamente la sua materia. Si può anche concedere che le parti sono migliori del tutto. Pure, si tratta di un film importante, che lascia, a permanere dopo la visione, un’impressione fortemente positiva. 
 

Seclusion

Erik Matti

Uno dei migliori film di Erik Matti in assoluto, Seclusion è un eccellente horror a sfondo teologico, come L'esorcista, al quale rassomiglia (oltre che per un dettaglio secondario quale l'apparizione allucinatoria della vecchia madre) per il suo manicheismo (in senso teologico, intendo, non morale) che, se ne L'esorcista era presente, qui è addirittura trionfante: il diavolo è più forte di Dio.
La seklusyon (siamo nelle Filippine del dopoguerra) è il ritiro spirituale cui si sottopongono quattro giovani aspiranti preti prima dell'ordinazione. Intanto, altrove, un altro prete è incaricato dal vescovo di indagare sui miracoli compiuti da una bambina, Anghela, accompagnata da una giovane suora; se sono autentici, lei sarà canonizzata come “santa vivente” (fra parentesi: non occorre aggiungere che il canone cattolico non prevede assolutamente nulla del genere). Anghela finisce, sempre in compagnia della suora, nel palazzo nella foresta dove i quattro compiono il ritiro, tormentati da allucinazioni mandate dal diavolo. Uno dei quattro comincia a sospettare che anche Anghela invece di essere una piccola santa sia posseduta dal demonio…
E' un film netto, vivace, impositivo, con l'eleganza visuale e la capacità di messa in scena proprie di Erik Matti quand'è in piena forma. L'ambiguità della situazione (il vero status di Anghela) è mantenuta a lungo, abilmente distillata, sicché la rivelazione della realtà, verso la fine, conserva un peso che altrimenti non avrebbe.
Però quello che lascia stupefatti è l'interpretazione della piccola Rhed Bustamante nel ruolo di Anghela. Senza trucchi alla Linda Blair, questa bambina di 9 anni delinea una figura terrorizzante grazie semplicemente a una gamma interpretativa impressionante, dalla dolcezza infantile all'effetto shock di un duro sguardo adulto al di là della sua età. E con che convinzione recita le sue battute, anche quelle imbarazzanti (“Tua madre era una puttana e sei una puttana anche tu”). C'è in questa figura un'autenticità che la maggior parte dei film sui bambini diabolici si sogna.
Per la cronaca: nelle Filippine la piccola attrice non ha potuto, per motivi di età, assistere alla proiezione del film.