giovedì 13 aprile 2017

Libere disobbedienti innamorate

Hamoud Maysaloun



Due inquadrature all’inizio del film descrivono il suo arco. Uno: vediamo una ragazza ascoltare i “saggi consigli” di una donna anziana mentre questa le fa la ceretta: in sintesi, servire e compiacere il marito in letto e fuori (è un bel tratto d’ironia congiungere nell’inquadratura le smorfie di dolore della ceretta e l’ascolto di questi consigli). Due: vediamo una festa di giovani palestinesi d’ambo i sessi, che bevono birra, ballano insieme con la bottiglia in mano, c’è in mezzo un gay, e si nota anche una ragazza velata (è un flash-forward del finale, ma non lo sappiamo).
Siamo a Tel Aviv, e le palestinesi Leila e Salma sembrano fatte apposta per far incazzare i barbuti dell’integralismo islamico. La prima avvocato con una testa tutta riccioli, la seconda barista con un piercing, bevono, fumano, si spinellano (o peggio), hanno una vita sessuale indipendente. Quando viene a stare con loro la studentessa di informatica Noor che è musulmana osservante – porta l’hijab, fa le abluzioni rituali, non beve alcool – ci aspettiamo scintille. E invece Noor mostrerà un’indipendenza e una forza di spirito che la affratellano (non esistendo come verbo “assorellano”) alle altre due. Quando il suo fidanzato integralista Wissan, un bastardo barbuto (vedi sopra), non esita a violentarla per punirla del fatto che rimanda il matrimonio e della sua amicizia per “quelle due puttane”, Noor – senza abiurare alla sua personalità o alla sua religione – si accorda con le altre due per mettere in atto una dignitosa vendetta. Un tocco divertente qui è l’impaccio di Leila nell’addobbarsi con l’hijab (stanno preparando una trappola) sicché Noor la deve aiutare.
In Libere disobbedienti innamorate, scritto e diretto dalla regista palestinese Maysaloun Hamoud (e distribuito dalla friulana Tucker Film), ciascuna delle tre ragazze (rispettivamente interpretate da Mouna Hawa, Sana Jammalieh e Shaden Kanboura), ciascuna in base alla sua individualità, ciascuna a proprio modo, vuole vivere liberamente la sua vita – il che la trasforma volente o nolente in un’istanza di opposizione. Per questo, sul piano narrativo Libere disobbedienti innamorate è un film centripeto: tutto precipita verso i tre personaggi principali (gli uomini intorno sono delle nullità). E’ un film del punto – perché vi sono film che si sviluppano nella dimensione del tempo e della durata, ed altri, come questo, che si concentrano nell’“esplosione” di un momento. Ricorda momenti analoghi di grande radicalità soggettiva nel cinema occidentale degli anni Sessanta, quel “canto della giovinezza” che risuona in certe opere dell’Est europeo al tempo delle varie nouvelles vagues nazionali, per non parlare del sempreverde Godard, o nel cinema americano dell’epoca (basta pensare a come lo popolarizza un film non bello ma assai indicativo come Easy Rider).
A questo punto però è urgente una nota a margine, per evitare di cadere nel contenutismo. Come sempre, non è il tema ciò che importa nel film, bensì la vivacità e la forza con cui esso viene espresso sul piano artistico – altrimenti il film resterebbe solo un manifesto, magari condivisibile ma esteticamente nullo.
E’ rilevante una scena in cui Leila e il suo amante Ziad mangiano guardandosi con desiderio negli occhi; con la sensualità di Leila nell’inghiottire il cibo, ricorda fortemente (vuoi che sia un omaggio, vuoi che sia un caso) la famosa scena di Tom Jones di Richardson. Anche questo ci ricorda che non si tratta di un film didattico, all’italiana: è un film pieno di vita, di allegria, di concretezza, di materialità.
Ed è un film di forte impatto, che mette in questione non soltanto la percezione che l’uomo medio europeo ha dei palestinesi ma la percezione che i palestinesi hanno di se stessi (senza sorpresa, dal villaggio di Umm al-Fahm, da cui proviene l’attrice che interpreta Noor, è dal comune e dal concilio islamico l’ordine di boicottarlo). Un film sarcastico e quietamente rabbioso nell’illustrare la profonda contraddizione di sesso che postula una spaventosa arretratezza del maschio arabo-palestinese (ma al di là della determinazione socio-geografica, non solo di quello, evidentemente) rispetto alla donna. In questo senso la figura che impressiona di più non sono i genitori conservatori di Salma, e neppure il fanatico integralista Wissam, che appartiene a un tipo umano che ben conosciamo purtroppo; bensì Ziad, il palestinese “evoluto” che va ai party, beve alcool, ha vissuto per anni negli Stati Uniti nell’ambiente intellettuale occupandosi di cinema; eppure, mentre è pronto a instaurare una relazione con Leila, non prende in considerazione il matrimonio con questa donna troppo emancipata per la sua immagine locale, a meno che lei non cambi (non siamo in Europa, dice). E’ anche interessante notare come l’Europa si ponga, nel film, in modo quasi mitico (positivo o negativo), e in parte illusorio, come territorio “altro”: di trasferirsi a Berlino parla Salma dopo la rottura con la famiglia causata dalla scoperta dell’omosessualità di lei. E’ una linea di frattura che attraversa tutto l’universo del film – dove peraltro è egualmente rilevante la “doppia identità” del palestinese-israeliano; al quale, in una scena indicativa e “politica” con Salma che riproduce un fatto realmente avvenuto, viene impedito dal dirigente di parlare arabo mentre è al lavoro nelle cucine di un ristorante.
La sensazione principale che trasmette Libere disobbedienti innamorate è quella di separazione – una linea di frontiera che è di genere (donne vs. uomini) e di generazione (giovani vs. anziani) prima ancora che di orientamento sessuale nel caso della lesbica Salma o del giovane gay che compare fuggevolmente nel film. Separazione non come deriva solipsistica (sebbene l’ipocrisia di Ziad così la interpreti) ma come forma del rivendicare con naturalezza la propria libertà.
Il prezzo di questa indipendenza è la solitudine? La conclusione è un potente fermo immagine delle tre ragazze, sedute insieme sul tetto, con lo sguardo meditabondo perso nel vuoto. Per diversi motivi, che qui sarebbe inutile elencare, la vita di tutte e tre ha subito una notevole incrinatura. Eppure questa non è assolutamente un’immagine di sconfitta.
Sarà del tutto soggettivo, ma vedendole insieme sedute in silenzio mi è tornata in mente la strofa della Cucharacha che concludeva Feroz di Manuel Gutierrez Aragon: “Iban los tres en silencio / su pensamientos rumiando / mientras el destino ciego / los hilos iba tramando”. Così le tre stanno in silenzio, ognuna persa nei suoi pensieri, e non sappiamo cosa succederà dopo – ma sono ammaccate ma non dome; sono, in tutta la loro vita e in questo momento conclusivo, “tra terra e mare”, come recita il titolo originale del film. 

sabato 18 marzo 2017

Kong - Skull Island

Jordan Vogt-Roberts

Poiché il simpatico Kong – Skull Island di Jordan Vogt-Roberts è prodotto dalla Legendary Pictures – la stessa compagnia che ci aveva dato l'ultimo Godzilla di Gareth Edwardse considerando che sono già pianificati i sequel si può individuare una linea generale, in linea con la correttezza politica ed ecologica hollywoodiana: il mostro titolare è arruolato senza esitazione nelle file dei buoni. Di conseguenza si batte contro altri mostri e funziona da protettore del mondo (bisogna ricordare che questa “evoluzione” era già accaduta ai mostri dei kaiju eiga giapponesi, e proprio Godzilla in testa, anche se per motivi leggermente diversi). Quanto agli umani, di conseguenza, o sono grati o sono stupidi.
In Kong – Skull Island, infatti, il King Kong più grande della storia del cinema sembra il nemico (la classica battaglia contro le “piccole cose volanti”, aerei o elicotteri, che nella tradizione konghiana segnava il gran finale qui avviene al primo incontro) ma in realtà è un difensore dell'isola – per sineddoche, della Terra – contro i veri mostri cattivi, che salgono dalle profondità sotterranee. A proposito, la presente recensione contiene spoiler più grossi di Kong, quindi conviene leggerla dopo visto il film.
Sorge però un problema che non si era posto con il dinosauro Godzilla. Siccome Kong è il buono, non può neanche concupire l'erede di Fay Wray, la fotografa interpretata da Brie Larson. Anche per questo, qui le dimensioni della Bella e della Bestia sono tanto distanti da annullare la metafora sessuale presente nel mito originario. Quindi il tema della fascinazione si limita a un ripetuto scambio di sguardi.
Una digressione. Val la pena di notare un tratto molto interessante del film: vi si ripetono solo due scambi di sguardi diretti, da occhi a occhi: quello dell'amore (Kong e la bella fotografa) e quello della guerra (Kong e il suo nemico, il colonnello interpretato da Samuel L. Jackson). Ha senso, questo, perché lo sguardo dell'amore e quello dell'odio implicano allo stesso modo un riconoscimento. Sulla loro analogia ci sarebbe molto da scrivere.
Ah, ma il grumo mitico della storia di King Kong non è quello delle dimensioni gigantesche, e non è neppure l'immagine – pur fondante – dello scimmione fra i grattacieli (che qui manca): è proprio il concetto dello scimmione che rapisce la bella, in più col dettaglio sadico-feticista della donna come una bambola nelle sue mani: la famosa scena censurata dello “spogliarello” di Fay Wray. Il che ci colpisce nel profondo perché, dietro l'innaturalità delle dimensioni, chiama in causa il terrore dello stupro e della miscegenation, l'accoppiamento innaturale e proibito. Il poeta Ovidio ne sarebbe rimasto affascinato.
Abbiamo quindi un remake di King Kong che sul piano dell'inconscio è ancora più revisionista di quanto appaia. Il film ne risulta certamente indebolito come spinta mitopoietica, e questo è un fatto. Peraltro, essendo un onesto lavoro artigianale, non mena il can per l'aia in proposito. Si svolge interamente sull'isola, in coerenza col suo titolo, e rinuncia al classico itinerario di scoperta e rivelazione, reso inutile dalla conoscenza collettiva del concetto base. Così, la manona di Kong compare già all'inizio del film, in un vivace prologo che vede coinvolti un pilota americano e uno giapponese ai tempi della seconda guerra mondiale.
Il tempo del racconto vero e proprio è il 1973; la guerra del Vietnam è appena finita, gli americani si ritirano, e un gruppo di soldati (piuttosto sfortunati, vien da aggiungere) invece di tornare a casa viene mandato in un'ultima missione ad accompagnare uno scienziato (John Goodman) nella misteriosa Skull Island. L'uso del napalm per attentare alla vita di Kong è un ovvio riferimento ai tempi.
Su questa collocazione temporale si innesta l'invenzione più raffinata del film: il richiamo visivo ad Apolcalypse Now, che cita a piene mani (certe inquadrature del sole rosso nel cielo nella fotografia di Larry Fong, la descrizione visuale della tribù dipinta dei nativi, ed anche la barca armata con cui i superstiti navigano sul fiume). E' in omaggio all'origine di Apolcalypse Now, Cuore di tenebra, che troviamo nel gruppo i cognomi Conrad e Marlow.
Su un piano più leggero, giacché un personaggio è rimasto prigioniero sull'isola per vent'anni (il pilota americano, John C. Reilly) il film arpeggia in modo divertente sullo shock culturale quando incontra gli americani del 1973 (sulla musica rock: che roba è?). Ma non bisogna prendere Kong – Skull Island per più di quello che è: un piacevole action movie, basato su una realizzazione in CGI davvero buona. I mostri che popolano l'isola sono molto riusciti: il ragno gigantesco fa una comparsa realmente inquietante, e i cattivissimi lucertoloni provvedono un nemico adeguatamente inumano e repellente. Diverte a tal proposito notare che i realizzatori del film hanno semplicemente spostato, e non eliminato, la barriera buono/cattivo tra le specie: se nel primo King Kong (e qui nella visione del colonnello) l'opposizione è umano vs. animale, nel presente film è mammiferi vs. rettili e invertebrati.
Nel volto di Kong la CGI crea un affascinante mix fra la struttura scimmiesca e dei tratti espressivi “umani” che lo rendono più vicino a noi. Va da sé che gli scontri fra Kong e i mostri di livello inferiore sono una meraviglia. Così, anche se l'ottica si è spostata, anche se il nucleo del mito se n'è andato, comunque il film è un gran divertimento, e rappresenta due ore ben impiegate. 
 

venerdì 17 marzo 2017

Affinità poetiche

Franca Olivo Fusco

...come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato”. Quando leggiamo queste parole alla fine dell'episodio della madre di Cecilia nei Promessi sposi, la commozione è accresciuta egualmente (perché sono due aspetti di uno stesso fenomeno) dall'alto picco retorico che conclude la pagina e dal riconoscimento di un motivo poetico che riverbera almeno fin da Virgilio nella cultura occidentale.
Franca Olivo Fusco è poetessa e autrice di vari interessanti libri sulla poesia, tutti imperniati sul tema del debito culturale e della citazione: Cinema & poesia, Va, pensiero, Nessun maggior dolore – Le fonti poetiche nei libretti d'opera e i due volumi di Arie d'opera al cinema. In questi testi il lettore può trovare una vera enciclopedia dei riferimenti – necessariamente incompleta, poiché ci vorrebbero i computer della NASA (nonché un bel po' di anni) per il progetto infinito di listare tutti i rimandi che si possono trovare in tutte le opere, ma affascinanti e stimolanti; talché uno dei maggiori piaceri nello sfogliare questi libri sta proprio nel gioco di reminiscenze e di possibili aggiunte che essi innestano. Si resta sempre stupefatti davanti all'acribia e alla vastità di conoscenze necessaria alla realizzazione di questi libri. L'autrice tiene da molti anni lezioni e conferenze sulla poesia italiana e straniera, nella sua città di Trieste, e in questa attività ha raccolto una quantità di conoscenze per cui possiede la rimarchevole dote di collegare e riconoscere l'ombra di un testo nelle sue innumerevoli trasformazioni e peripezie di pagina in pagina, di testo in testo.
Nel suo ultimo libro, Affinità poetiche (Questo verso l'ho già letto) (BastogiLibri, pp. 249, E. 18), Franca Olivo Fusco ricerca le citazioni e le suggestioni (“prestiti”) di altri poeti nell'opera poetica di una lunga serie di autori italiani, in ordine alfabetico da Federico Almansi ad Andrea Zanzotto.
E' una lettura impegnativa ma assai istruttiva. Comprende tanto quei debiti che fanno parte della formazione poetica (Campana da Petrarca, Cardarelli da Leopardi e Carducci, Saba da Leopardi) quanto affinità e prestiti più recenti e talvolta stupefacenti: per esempio, il famoso “male di vivere” di Montale compariva già in una poesia di Pirandello (“il mal triste di vivere”). Sfogliando questo libro si colgono davvero affascinanti incroci. Se non stupisce l'influsso di Montale su Maria Luisa Spaziani, è cosa interessantissima, per esempio, quando l'autrice coglie acutamente delle affinità tra Filippo De Pisis e Sandro Penna; e si potrebbe continuare molto a lungo.
A proposito di Filippo De Pisis, mi permetto di partecipare al gioco. L'autrice cita un intermezzo poetico del suo La città dalle cento meraviglie in cui (titolo) E' il libro che parla: “Compratemi, compratemi / Signori miei cortesi, / per poco a Voi mi do”, per commentare che “la poesia non ha mercato, è la Cenerentola della letteratura”. Si può peraltro aggiungere che qui De Pisis riprende ironicamente i versi di Dulcamara ne L'elisir d'amore, libretto di Felice Romani: “Comprate il mio specifico, / per poco ve lo do”.
Siccome questo libro finisce per essere una piccola antologia poetica, per il non specialista – come chi scrive – è pure ricco di inaspettate sorprese. Appassionato di cinema, colpevolmente ignoravo che fosse anche poetessa l'attrice Isa Miranda, famosa interprete di Ophüls, Chiarini, Soldati e via via fino alla Cavani. Ancor più vale per Michela Miti, che fu una delle bellissime della stagione (fra parentesi: tutta da rivalutare) della “commediaccia” italiana, quelle tra cui la più famosa resta Edwige Fenech (la Miti esordì in Pierino contro tutti). Colpisce ritrovarla qui come poetessa di buon livello, possibilmente stimolata – ipotizza Franca Olivo Fusco dal suo compagno Alberto Bevilacqua. Ma in fondo perché stupirsi? Come dice un titolo di Biagio Marin (anche lui presente in queste pagine): la poesia è un dono.

mercoledì 8 febbraio 2017

Richard III

regia teatrale di Rupert Goold

Dopo due produzioni deludenti (The Entertainer di Osborne per il testo e Romeo and Juliet per la messa in scena di Kenneth Branagh e Rob Ashford), la benemerita Nexo Digital ci offre una sera di autentica felicità con uno splendido Richard III, il chronicle play di Shakespeare, diretto da Rupert Goold e meravigliosamente interpretato da Ralph Fiennes.
La rappresentazione inizia con il reeenactement di un fatto di cronaca: il ritrovamento nel 2012 a Leicester della tomba in cui fu frettolosamente sepolto Riccardo III (identificato mediante l'esame del DNA). Ma questa resterebbe una semplice attrazione per aprire e chiudere lo spettacolo se il regista Rupert Goold non ne facesse il centro attorno al quale ruota tutta la tragedia. Poiché l'azione si svolge tutta intorno a questa fossa al centro del palcoscenico, ora coperta da una piattaforma mobile trasparente, ora nuda bocca spalancata. Che la scena sia il palazzo reale o le prigioni della Torre o il campo di battaglia, i personaggi si muovono, “danzano”, combattono intorno a questa fossa aperta (che è un memento, un'allegoria, un grido muto). Vi cadono i nemici del re e lui stesso vi cade al culmine della battaglia di Bosworth, e vi viene sepolto con sputi. E' il perfetto simbolo di quelli che un altro personaggio storico vittima di un altro Riccardo III, il bolscevico Christian Rakosvskij, chiamerà “i pericoli professionali del potere”.
L'intelligente, convincente messa in scena di Goold è moderna ma non invasiva, audace ma non brutale – è delizioso perfino l'impiego di un elemento arrischiato come l'uso degli smartphone. Si svolge in una bella scenografia minimale (realizzata da Hildegart Bechtler), con ottimi costumi di Jon Morrell, la cui modernità non è messa in crisi dall'apparizione finale delle armature. Tutta l'ambientazione è cupa e chiusa. Anche il famoso “caldo sole di York” evocato nel monologo iniziale (in contrapposizione all'“inverno del nostro scontento”) da Riccardo qui non appare affatto, e viene ricondotto esclusivamente al suo status di metafora.
Ottimi tutti gli interpreti. La più potente delle invenzioni di Shakespeare in questa tragedia è la consorteria di regine vedove e spodestate che si aggirano nel palazzo del potere compiangendosi e lanciando maledizioni. Fra queste spicca, inutile dirlo, Vanessa Redgrave, un'allucinante regina Margherita. Ma questa è la tragedia di Ralph Fiennes, eccezionale nella parte, e degnamente paragonabile al sommo Laurence Olivier nel suo film del 1955. Mentre il Riccardo di Olivier era un pedagogo del male, che rivolgendosi a noi si compiaceva di aprirci i segreti del suo cuore, il Riccardo di Fiennes è un attore, che irride alle sue parole nel momento stesso in cui le pronuncia (complice la bella regia delle riprese filmiche), ammicca a se stesso e implicitamente a noi, raggiungendo perfino tocchi di clownerie sanguinaria. Ecco un altro Riccardo di Gloucester che non dimenticheremo mai.

martedì 31 gennaio 2017

Trieste Film Festival 2017

Poiché sono potuto andare solo per due giorni al Trieste Film Festival 2017, questa noterella non pretende di fornire un quadro complessivo del festivalla cui raison d'être è, com'è noto, l'attenzione al cinema dell'est europeo. Ricordo solo a titolo d'informazione che questo bel festival, ricco anche di iniziative a latere, presentava accanto ai film di fiction e documentari in competizione (principalmente, ma non solo, dell'est europeo) una personale del grande documentarista russo Vitalij Manskij, il premio Corso Salani per il documentarismo italiano, e una quantità di importanti sezioni collaterali. Fra gli eventi speciali ricordo l'ultimo film, purtroppo, del maestro polacco Andrzej Wajda, il Padre padrone dei Taviani nell'ambito di un omaggio a Omero Antonutti, nonché l'ultimo (brutto) film di Emir Kusturica, già visto a Venezia.
Mi limito quindi a qualche annotazione sui film visti, usando per comodità del lettore il titolo internazionale. E parto con il potente film rumeno Scarred Hearts di Radu Jude. Storia del soggiorno in sanatorio e della morte di un giovane intellettuale malato di tubercolosi ossea, negli anni trenta, Scarred Hearts è tratto – anche con molte citazioni dirette – dal romanzo autobiografico dello scrittore e poeta Max Blecher, scritto prima di morire. Mentre il film delinea la psicologia del protagonista e dei suoi amici ed il clima intellettuale e politico romeno (sono gli anni del fascismo montante di Codreanu e della Guardia di Ferro), emerge con forza indimenticabile l'affresco impietoso della malattia. Ed ecco, nella gabbia della malattia e del trattamento ospedaliero, la quotidianità, i sogni, perfino il sesso di questi giovani intellettuali malati, creature febbrili e rassegnate insieme, fra il sogno della guarigione e la coscienza sotterranea della sua impossibilità. Il film è sorprendente nella capacità di sostituire alla normalità che conosciamo l'altra normalità della vita in sanatorio – ed è inevitabile pensare a La montagna incantata di Thomas Mann.
Mentre non è una sorpresa la bellezza di Afterimage di Andrzej Wajda. Wajda è stato uno dei pochi registi capaci di fare grande cinema storico mantenendo la stessa semplicità “illustrativa” del cinema comune, eppure raggiungendo un alto e commovente livello artistico. Il film narra gli ultimi anni del grande pittore Wladislaw Strzeminski, perseguitato dal regime comunista polacco (siamo nell'epoca buia dello stalinismo) perché non si piega all'imperativo del “realismo socialista”. Strzeminski viene cacciato dall'insegnamento, espulso dall'unione dei pittori, non trova lavoro e soffre la fame; ciò affretta indubbiamente la sua morte per tubercolosi. In una scena all'inizio del film Strzeminski sta per cominciare a dipingere, e la tela bianca diventa rossa: perché la luce della finestra passa attraverso un enorme ritratto di Stalin appena issato sulla facciata della casa; un esempio fra tanti della capacità di Wajda di far scaturire l'immagine metaforica dalla vita stessa, anziché sovrapporcela.
Parlato in rumeno ma di produzione moldava è il notevole Anishoara di Ana-Felicia Scutelnicu. film lento e meditabondo, come sospeso, scandito in quattro stagioni che raccontano le stagioni della vita di Anishoara, una ragazza di villaggio che passa dall'adolescenza all'età adulta anche tramite un amore infelice. Lento, poco parlato, impegnativo ma capace di conquistare, il film è eccellente nel trasmettere la sensazione del tempo: sia quello immediato del momento sia quello “lungo” del passare delle stagioni, e nel suggerire senza drammaturgia, quasi con oggettività da documentario, la vita segreta dei sentimenti.
Il film vincitore del concorso lungometraggi, il serbo A Good Wife, è l'opera prima come regista della famosa attrice Mirjana Karanović – un buon film, ma che soffre di una sceneggiatura troppo prevedibile. Una casalinga di buon livello economico si vede crollare il mondo addosso: scopre di doversi sottoporre a una mastectomia e scopre una videocassetta che mostra crimini di guerra commessi dal marito su prigionieri bosniaci. E' certo una riflessione sulla Serbia e il passato che non passa perché non è riconosciuto (nella scena in cui la vicina di casa butta nella spazzatura la vecchia giubba militare di suo marito si può vedere una metafora della Serbia che rimuove il proprio recente passato anziché affrontarlo), ma si focalizza sui rapporti umani all'interno della famiglia e sulla psicologia della protagonista. Con ottime interpretazioni, fra cui in primis quella dell'attrice-regista.
Infine, due importanti documentari a dimensione di lungometraggio. Il primo è Like Dew in the Sun di Peter Entell. Il regista, figlio di emigrati ebrei ucraini, va alla ricerca della memoria e delle tombe dei suoi bisnonni in Ucraina, una terra (dicono racconti e canzoni che sentiamo nel film) imbevuta di sangue – dove da sempre è un “tutti contro tutti” etnico. Così l'odio feroce dell'attuale guerra civile, di cui Entell ci dà un reportage impressionante, si inserisce nel ricordo di una spirale inestinguibile di antichi odî e antichi dolori – gli ebrei, certo, ma anche i tatari ucraini, già deportati da Stalin e poi ritornati (i sopravvissuti).
Il secondo è Doomed Beauty di Helena Treštikova e Jakub Hejna, prodotto dalla televisione ceca, che ripercorre – intervistando la vecchia attrice prima della morte a 86 anni nel 2000 – la storia di Lida Baarova. Lei fu negli anni trenta una diva del cinema ceco e di quello tedesco, respinse una carriera a Hollywood, e dopo la sua disgrazia lavorò anche in Italia (appare ne I vitelloni di Fellini). La sua disgrazia, perché naturalmente oggi Lida Baarova è ricordata non per la sua carriera artistica ma per essere stata l'amante del gerarca nazista Josef Goebbels. Ciò la trasformò in Cecoslovacchia nel simbolo del collaborazionismo; dopo la guerra fu imprigionata, poi liberata, e dopo il colpo di stato comunista del 1948 fuggì avventurosamente in Austria per non essere arrestata di nuovo. Nel documentario ammette con l'intervistatrice che nessuno dei suoi ruoli è stato tanto drammatico quanto la sua vita. Un film sulla storia della vita di Lida Baarova (è il sottotitolo) – ma anche un film sulla cecità. Fra tutte le immagini che vediamo, footage storico e schegge di film, la più sconvolgente è questa donna vecchia, ancora con la traccia dell'antica bellezza, piena di amarezza (“I giorni non mi portano più niente… Non desidero niente, niente del tutto”), che fuma una sigaretta dietro l'altra e a volte si commuove e si mette a piangere sulla rovina della sua vita – che ha attraversato senza capire ciò che le succedeva intorno.

giovedì 26 gennaio 2017

Arrival

Denis Villeneuve

Siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine”. La bella frase che risuona all'inizio di Arrival di Denis Villeneuve ci avverte subito che non assisteremo a un comune film di invasione aliena (con tutto il rispetto per questa categoria) ma a un'opera poetico-filosofica, che non nasconde la sua ambizione di proporsi come l'Incontri ravvicinati del terzo tipo del XXI secolo – anche se i suoi riferimenti appaiono più kubrickiani che spielberghiani.
In sostanza: dodici astronavi compaiono improvvisamente, sparse in modo casuale su tutto il globo (meglio avvertire subito che questa recensione è spoilerante: si può leggere solo dopo visto il film). Visivamente assai bello, Arrival contiene delle immagini memorabili che di certo entreranno a far parte dell'imagerie classica della fantascienza cinematografica. In particolare l’invenzione dell’astronave a forma di baccello sospesa verticalmente a mezz'aria (c'è un ricordo di Magritte qui).
La protagonista Louise Banks (Amy Adams) insegna linguistica all’università. Eccellente la pagina in cui apprende, con noi, dell'arrival delle astronavi, con lei che non ne sa nulla e si presenta tranquillamente in aula per la sua lezione – dove trova pochi studenti tesissimi che seguono le notizie in diretta. Bella anche la scena dell'evacuazione ordinata per sicurezza subito dopo, con l’elemento drammatico dei caccia che sfrecciano in cielo. Ben presto Louise viene chiamata dal governo americano a utilizzare la sua competenza di linguista nei tentativi di comunicare con gli alieni dell’astronave atterrata (il termine non è esatto perché, come già detto, levita a pochi metri dal suolo) sul territorio degli Stati Uniti, nel Montana.
Laddove gli extraterrestri del cinema di solito sono molto umani sotto la scorza, quelli del film – gli eptapodi, simili a enormi polipi – hanno un'alienità totale, ben caratterizzata, come il cinema l’ha saputa rendere di rado. Il loro linguaggio sembra sfidare qualsiasi possibilità di comunicazione. Nel primo incontro di Louise con i due alieni sull'astronave, è impressionante il paradosso della gravità che s'inverte nel corridoio che si apre; e ovviamente questo spiazzamento è solo l'anticipazione fisica del déplacement sperimentato nell'incontro con la lingua aliena. Nondimeno, Louise riesce a porre le basi per instaurare la comunicazione con gli eptapodi.
La forma grafica della loro scrittura è un cerchio variamente modificato da quelle che ai nostri occhi sembrano sbavature d'inchiostro. Detto per inciso: forse è un'osservazione oziosa, ma mi viene in mente che ci sia un rapporto fra il nostro determinismo segnico e le nostre superfici lisce vs. questo modo di scrivere degli alieni e le superfici ruvide, per noi “innaturali”, delle loro astronavi. Apprendiamo che la loro lingua/scrittura (il film sembra unificare i due concetti) non è temporalmente vettoriale come le nostre ma è (cito dal film) “svincolata” dal tempo, per cui si rivolge allo stesso modo al passato e al futuro. Il suo modello metaforico è il palindromo, che si può leggere nei due sensi.
Mentre l’umanità comincia a comunicare con gli eptapodi, cresce l’urgenza, perché gli alieni sembrano dirci che sono venuti a portaci un’“arma”. Non sarà che vogliono che ci distruggiamo l’un l’altro, come nel vecchio film di William Asher I 27 giorni del pianeta Sigma? Sulla Terra si sviluppa l’isterismo; un dettaglio politico interessante è che chi in particolare vuole passare alle maniere forti siano due dittature aggressive, Cina e Russia, seguite a ruota da stati barbarici come il Pakistan e il Sudan. Si verifica anche l'ammutinamento di alcuni soldati americani – che il film tratta in modo un po' frettoloso, preferendo concentrarsi sull'espediente di suspense un po' tradizionale della bomba a tempo. Peraltro bisogna aggiungere che in generale la narrazione nel film è ellittica, e che non è questa la preoccupazione principale della sceneggiatura.
Arrival è, naturalmente, un film sul linguaggio. Come tale sviluppa la più radicale delle teorie linguistiche, non per nulla citata didatticamente nel testo, l'ipotesi di Sapir-Whorf: la nostra struttura conoscitiva dipende dal linguaggio che usiamo, e non viceversa. Questo concetto, portato alle estreme conseguenze, è stato molto sfruttato nella narrativa di fantascienza (che non ha bisogno di andare a cercare comunità marginali come gli Hopi e gli Inuit, come Sapir, potendo postulare razze assolutamente non-umane con un tratto di penna): penso a Jack Vance, Philip K. Dick, A.E. Van Vogt (mentre ci ironizza sopra quell'intelligente autore satirico che è Robert Sheckley). Nel presente film il concetto viene elevato a livelli di estremismo, appunto, vanvogtiano: apprendendo il linguaggio degli eptapodi anche la mente umana – quella della protagonista – si modifica e lei diventa capace di viaggiare mentalmente nel futuro allo stesso modo che nel passato; il che provvede la soluzione di quell'impasse che rischiava di provocare una guerra fra terrestri e alieni. L'“arma” va intesa come strumento, è un dono: la lingua stessa.
Ed ecco – se ne può parlare solo qui – il secondo punto nodale del film. Arrival è anche una dolorosa elegia della perdita. Noi abbiamo visto, fin dall’inizio, lo svolgimento inframmezzato da scene di vari periodi della vita di Louise con sua figlia Hannah (nota bene: il nome è un palindromo), che si ammala e muore ancora giovanissima. Con un’impressionante svolta narrativa, nel finale, dopo la modificazione mentale di Louise, i flashback si rivelano dei flashforward. Il film è diventato un discorso sul tempo e sui sentimenti nel tempo – un raddoppiamento del dolore umano, o un suo alleviarsi alla luce di una maggiore comprensione?
Come cambia la percezione del futuro, e della vita stessa, se il nostro “sguardo mentale” può muoversi nei due sensi – esattamente come fa lo sguardo cinematografico? Vedere il dolore futuro e tutto il suo svolgersi… ma depurato dalla dimensione angosciosa dell'imprevisto e della speranza fallace… è possibile che, senza togliere l'intensità dell'afflizione, ci renda pacificati?
Sono domande importanti, che rendono importante il film. Ah ma: tutto bene dunque? Purtroppo no. Si direbbe che lo sceneggiatore Eric Heisserer (da un racconto di Ted Chiang) sia stato troppo occupato a delineare i suoi alieni per aver tempo di dedicarsi ai suoi umani. Al di là della protagonista Louise i personaggi sono esili (lo scienziato Ian) o, peggio, insopportabilmente stereotipati: vedi il colonnello, incarnazione del luogo comune del militare americano duro, brusco e no-nonsense, interpretato da un Forest Whitaker ridotto a manierismo puro. La scena del suo primo incontro con la scienziata, tutto un ringhio militaresco, è la peggiore del film, e ne sembra la parodia. Fa sorridere il suo vice che non esce mai di scena senza lanciare uno sguardo duro alla “Vi tengo d'occhio, a voi”; idem per l’infido agente della CIA, che fra l’altro sembra un barista di Beirut. E' ironico che il più “tridimensionale” dei personaggi secondari si riveli proprio quel generale cinese che per un pelo non ha fatto scoppiare la guerra dei mondi
 

domenica 15 gennaio 2017

E se elas fossem para Moscou?

regia di Christiane Jatahy

Indimenticabile serata teatrale al Palamostre di Udine, dove il CSS per Teatro Contatto ha presentato E se elas fossem para Moscou? di Christiane Jatahy. Le tre eccezionali interpreti sono Isabel Teixeira (Olga), Stella Rabello (Maria) e Julia Bernat (Irina).
Recitato in portoghese brasiliano con intromissioni di inglese e francese, è una riscrittura moderna de Le tre sorelle di Čechov divisa in due sezioni, che si vedono una dopo l'altra in modo interscambiabile in due spazi diversi e separati: una è “teatrale”, ma ripresa nel contempo da videocamere presenti e mobili sul palco, una è “cinematografica”, che presenta in diretta il film realizzato. Il pubblico è diviso in due gruppi che dopo l'intervallo si scambiano di posto. Chi ha visto la messa in scena teatrale assiste poi al film – è stato il mio caso – e viceversa.
Di conseguenza nella sezione “teatrale” il testo viene messo in scena sul palcoscenico, con numerosi interstizi dell'azione riempiti da rapporto “laterale” fra i personaggi, moltiplicazione dei punti focali, coinvolgimento del pubblico: una materia magmatica – entro la quale rimangono fissi, e potenti, lo spirito e in parte la lettera cechoviani.
Ed ecco il film, e con esso quell'elemento che ho chiamato magmatico viene ridotto a unità: perché filmare significa inquadrare, e inquadrare significa scegliere. Allora la pluralità visiva che abbiamo visto sul palcoscenico viene inevitabilmente indirizzata e definita da una presenza di regia. Reductio ad unum. Il dramma che emerge da quest'unità era inscritto nella parte di spettacolo precedente, riconoscibilissimo anche allora (sarebbe un errore capitale leggere le due parti di spettacolo in termini di incompletezza/completezza: sono complete entrambe), ma qui reso assoluto dall'elemento cinematografico della scelta, della definizione dello sguardo. Si capisce che gli spettatori che hanno fatto il percorso inverso vivono la stessa esperienza, ma al contrario.
Però tutto questo sarebbe solo tecnica, fuoco d'artificio, se non ci fosse sotto una profondità artistica, di cui l'eccellenza tecnica non è che lo strumento. Dietro a questa genialità di uso dei mezzi espressivi c'è Čechov e c'è l'oggi: c'è Čechov oggi. Per questo il suo teatro di suggestioni e di nuances, di sogni e di amare realtà, intessuto di malinconia e insieme di umorismo (il dottor Čechov com'è noto si lamentava spiritosamente della messa in scena “tetra” adottata per le sue opere) in questa riscrittura emerge prepotentemente come attuale. Le parole non bastano a descrivere la vitalità e la carica di viva realtà umana che stanno dietro a questo spettacolo – dove il tema del cambiamento esistenziale sognato e fallito, scandito da immersioni/rinascite (sognate e desiderate) nella vasca d'acqua che “sta per” la piscina, assume una verità straziante e soprattutto vera per oggi e per ieri. Čechov nostro contemporaneo.