giovedì 15 dicembre 2016

E' solo la fine del mondo

Xavier Dolan

Uno scrittore di teatro omosessuale che, ancora giovane, sta morendo torna in visita alla famiglia, dalla quale era fuggito e che non vedeva da oltre dieci anni, per dirglielo. Alla fine non ci riuscirà.
Il problema di E' solo la fine del mondo di Xavier Dolan è che può essere definito una guerra della regia contro la sceneggiatura. Anche questa è firmata da Dolan, ma a partire da una pièce teatrale di Jean-Luc Lagarce; comunque, almeno in parte la contraddizione estetica è interna non solo al film ma all'autore.
L'inizio è ottimo. Bellissima l'entrata improvvisa in aereo delle mani di un bambino seduto dietro sugli occhi del protagonista Louis (Gaspard Ulliel). Assai bella poco più tardi l'inquadratura in cui, dietro Louis al volante, attraverso il lunotto posteriore dell'auto vediamo sullo sfondo, piccoli piccoli, due palloncini rossi in volo. Xavier Dolan ha un vero occhio per i momenti e le cose.
Ma già nella presentazione della famiglia prima dell'arrivo del protagonista compare il difetto di una sceneggiatura troppo conscia, incarnata al massimo grado da Antoine, il fratello maggiore. Interpretato con aderenza naturalistica da Vincent Cassel, Antoine è quel tipo di persona che per restar fedeli all'origine francese chiameremo un con o per dir meglio un connard: un con professionista, un con al quadrato.
Va bene e sta bene. Però esiste una precisa regola drammaturgica che si può esprimere come segue: nella vita si è idioti gratis, a teatro e al cinema bisogna essere idioti secondo un metodo. Anche un tratto caratteriale predefinito dev'essere lavorato e comunicato attraverso lo sviluppo drammatico. Per esempio, un esempio eccellente di elaborazione drammatica dei personaggi è Carnage di Roman Polanski, anch'esso tratto – e pur si vede – da un lavoro teatrale.
Antoine è geloso del fratello? Antoine non ha ancora digerito l'antico abbandono? Come che sia, nel film esibisce verso tutti, moglie compresa, anche prima dell'arrivo di Louis, un atteggiamento così istericamente aggressivo che suona sonoramente falso; è talmente caricato (o, come si dice, telegrafato) da incrinare la plausibilità della narrazione (bisogna aggiungere che il doppiaggio non aiuta).
E perché questo? La spiegazione dobbiamo cercarla fuori dal testo. Antoine fa così perché è un elemento di crisi costruito artificialmente, una rotella per mandare avanti la sceneggiatura. Il problema quindi non è che ci troviamo visibilmente in una pièce teatrale; contrariamente a quanto certi pensano, ciò non è un difetto in sé; il problema è che nonostante alcuni buoni passaggi il testo mostra la macchina drammaturgica, allo stesso modo che un tappeto vecchio mostra la trama.
Naturalmente un autore è sempre libero di far saltare del tutto le regole: in un film di Godard come Prénom Carmen Antoine potrebbe starci benissimo. Ma è evidente che non è tale lo scopo artistico di Dolan. E purtroppo il difetto di caratterizzazione del personaggio proietta un senso di artificiosità su tutto il film poiché E' solo la fine del mondo rientra nella categoria del melodramma, un genere ad altissimo effetto emotivo ma pericoloso da maneggiare: il melodramma è cinema dell'eccesso, e a chi maneggia l'eccesso sono proibiti i passi falsi. La grande lezione di Fassbinder va studiata. Così non fa meraviglia che le scene migliori siano quelle in cui gli altri personaggi (la madre un po' svampita, la moglie rassegnata di Antoine, la sorella estraniata che vuole e non vuole andarsene, tutti ben interpretati) sono soli con Louis.
Portando sullo schermo questa sceneggiatura incrinata, Xavier Dolan fa un bel lavoro di regia per infondere sensibilità al film. Si possono ricordare gli stacchi drammatici con un “nero” mantenuto più a lungo dell'usuale. O il gioco di inquadrature nei colloqui, in particolare una scena di abbraccio fra Louis e la madre in cui il primissimo piano inaspettatamente ravvicinato della madre contrasta in modo commovente con quello di Louis, meno forte, nel controcampo. O il senso tragico di un movimento indietro della mdp a partire dall'orologio a cucù, interlineato con inquadrature di Louis che piange all'esterno, e poi seguito dal movimento inverso – e concluso da un potente dettaglio della sigaretta gettata a terra, e sullo sfondo i piedi di Louis che esce di scena. O, alla fine, lo scambio di sguardi con la cognata, che ha capito, col segno del silenzio sulle labbra.
Il finale è barocco nel suo incrocio di tre immagini che alludono alla morte: Louis che guarda il suo orologio, il cucù che batte le ore, lo svolazzare alla cieca di un passero rimasto chiuso in casa. E l'immagine conclusiva con l'uccellino morente è di un simbolismo addirittura esasperato; tuttavia questa centralità del visuale non è malvenuta, in un film che non ha ben trovato la sua strada.
Infatti, diviso tra il meccanicismo del testo e la sensibilità della regia, questo film lascia una sensazione di incompiutezza. Molte cose gravi sono implicate nella fabula (l'incapacità di parlarsi, l'impossibilità del ritorno, il peso del non detto e la tragedia del non dicibile), ma solo in parte si trasmettono nel racconto; mentre per l'altra parte appartengono semplicemente all'oggetto del narrare, e si colgono per empatia. 
 

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