giovedì 26 gennaio 2017

Arrival

Denis Villeneuve

Siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine”. La bella frase che risuona all'inizio di Arrival di Denis Villeneuve ci avverte subito che non assisteremo a un comune film di invasione aliena (con tutto il rispetto per questa categoria) ma a un'opera poetico-filosofica, che non nasconde la sua ambizione di proporsi come l'Incontri ravvicinati del terzo tipo del XXI secolo – anche se i suoi riferimenti appaiono più kubrickiani che spielberghiani.
In sostanza: dodici astronavi compaiono improvvisamente, sparse in modo casuale su tutto il globo (meglio avvertire subito che questa recensione è spoilerante: si può leggere solo dopo visto il film). Visivamente assai bello, Arrival contiene delle immagini memorabili che di certo entreranno a far parte dell'imagerie classica della fantascienza cinematografica. In particolare l’invenzione dell’astronave a forma di baccello sospesa verticalmente a mezz'aria (c'è un ricordo di Magritte qui).
La protagonista Louise Banks (Amy Adams) insegna linguistica all’università. Eccellente la pagina in cui apprende, con noi, dell'arrival delle astronavi, con lei che non ne sa nulla e si presenta tranquillamente in aula per la sua lezione – dove trova pochi studenti tesissimi che seguono le notizie in diretta. Bella anche la scena dell'evacuazione ordinata per sicurezza subito dopo, con l’elemento drammatico dei caccia che sfrecciano in cielo. Ben presto Louise viene chiamata dal governo americano a utilizzare la sua competenza di linguista nei tentativi di comunicare con gli alieni dell’astronave atterrata (il termine non è esatto perché, come già detto, levita a pochi metri dal suolo) sul territorio degli Stati Uniti, nel Montana.
Laddove gli extraterrestri del cinema di solito sono molto umani sotto la scorza, quelli del film – gli eptapodi, simili a enormi polipi – hanno un'alienità totale, ben caratterizzata, come il cinema l’ha saputa rendere di rado. Il loro linguaggio sembra sfidare qualsiasi possibilità di comunicazione. Nel primo incontro di Louise con i due alieni sull'astronave, è impressionante il paradosso della gravità che s'inverte nel corridoio che si apre; e ovviamente questo spiazzamento è solo l'anticipazione fisica del déplacement sperimentato nell'incontro con la lingua aliena. Nondimeno, Louise riesce a porre le basi per instaurare la comunicazione con gli eptapodi.
La forma grafica della loro scrittura è un cerchio variamente modificato da quelle che ai nostri occhi sembrano sbavature d'inchiostro. Detto per inciso: forse è un'osservazione oziosa, ma mi viene in mente che ci sia un rapporto fra il nostro determinismo segnico e le nostre superfici lisce vs. questo modo di scrivere degli alieni e le superfici ruvide, per noi “innaturali”, delle loro astronavi. Apprendiamo che la loro lingua/scrittura (il film sembra unificare i due concetti) non è temporalmente vettoriale come le nostre ma è (cito dal film) “svincolata” dal tempo, per cui si rivolge allo stesso modo al passato e al futuro. Il suo modello metaforico è il palindromo, che si può leggere nei due sensi.
Mentre l’umanità comincia a comunicare con gli eptapodi, cresce l’urgenza, perché gli alieni sembrano dirci che sono venuti a portaci un’“arma”. Non sarà che vogliono che ci distruggiamo l’un l’altro, come nel vecchio film di William Asher I 27 giorni del pianeta Sigma? Sulla Terra si sviluppa l’isterismo; un dettaglio politico interessante è che chi in particolare vuole passare alle maniere forti siano due dittature aggressive, Cina e Russia, seguite a ruota da stati barbarici come il Pakistan e il Sudan. Si verifica anche l'ammutinamento di alcuni soldati americani – che il film tratta in modo un po' frettoloso, preferendo concentrarsi sull'espediente di suspense un po' tradizionale della bomba a tempo. Peraltro bisogna aggiungere che in generale la narrazione nel film è ellittica, e che non è questa la preoccupazione principale della sceneggiatura.
Arrival è, naturalmente, un film sul linguaggio. Come tale sviluppa la più radicale delle teorie linguistiche, non per nulla citata didatticamente nel testo, l'ipotesi di Sapir-Whorf: la nostra struttura conoscitiva dipende dal linguaggio che usiamo, e non viceversa. Questo concetto, portato alle estreme conseguenze, è stato molto sfruttato nella narrativa di fantascienza (che non ha bisogno di andare a cercare comunità marginali come gli Hopi e gli Inuit, come Sapir, potendo postulare razze assolutamente non-umane con un tratto di penna): penso a Jack Vance, Philip K. Dick, A.E. Van Vogt (mentre ci ironizza sopra quell'intelligente autore satirico che è Robert Sheckley). Nel presente film il concetto viene elevato a livelli di estremismo, appunto, vanvogtiano: apprendendo il linguaggio degli eptapodi anche la mente umana – quella della protagonista – si modifica e lei diventa capace di viaggiare mentalmente nel futuro allo stesso modo che nel passato; il che provvede la soluzione di quell'impasse che rischiava di provocare una guerra fra terrestri e alieni. L'“arma” va intesa come strumento, è un dono: la lingua stessa.
Ed ecco – se ne può parlare solo qui – il secondo punto nodale del film. Arrival è anche una dolorosa elegia della perdita. Noi abbiamo visto, fin dall’inizio, lo svolgimento inframmezzato da scene di vari periodi della vita di Louise con sua figlia Hannah (nota bene: il nome è un palindromo), che si ammala e muore ancora giovanissima. Con un’impressionante svolta narrativa, nel finale, dopo la modificazione mentale di Louise, i flashback si rivelano dei flashforward. Il film è diventato un discorso sul tempo e sui sentimenti nel tempo – un raddoppiamento del dolore umano, o un suo alleviarsi alla luce di una maggiore comprensione?
Come cambia la percezione del futuro, e della vita stessa, se il nostro “sguardo mentale” può muoversi nei due sensi – esattamente come fa lo sguardo cinematografico? Vedere il dolore futuro e tutto il suo svolgersi… ma depurato dalla dimensione angosciosa dell'imprevisto e della speranza fallace… è possibile che, senza togliere l'intensità dell'afflizione, ci renda pacificati?
Sono domande importanti, che rendono importante il film. Ah ma: tutto bene dunque? Purtroppo no. Si direbbe che lo sceneggiatore Eric Heisserer (da un racconto di Ted Chiang) sia stato troppo occupato a delineare i suoi alieni per aver tempo di dedicarsi ai suoi umani. Al di là della protagonista Louise i personaggi sono esili (lo scienziato Ian) o, peggio, insopportabilmente stereotipati: vedi il colonnello, incarnazione del luogo comune del militare americano duro, brusco e no-nonsense, interpretato da un Forest Whitaker ridotto a manierismo puro. La scena del suo primo incontro con la scienziata, tutto un ringhio militaresco, è la peggiore del film, e ne sembra la parodia. Fa sorridere il suo vice che non esce mai di scena senza lanciare uno sguardo duro alla “Vi tengo d'occhio, a voi”; idem per l’infido agente della CIA, che fra l’altro sembra un barista di Beirut. E' ironico che il più “tridimensionale” dei personaggi secondari si riveli proprio quel generale cinese che per un pelo non ha fatto scoppiare la guerra dei mondi
 

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