domenica 10 settembre 2017

Easy

Andrea Magnani

Un viaggio, si sa, mentre è un percorso all'esterno, da A a B sulla carta geografica, contemporaneamente è un percorso interno, è un viaggio dentro di noi.
Di questo parla Easy, scritto e diretto da Andrea Magnani, una coproduzione italo-ucraina distribuita dalla Tucker Film, valorosa casa di distribuzione friulana attenta – oltre che alla produzione locale e al cinema asiatico (sull'onda del Far East Film Festival) – al cinema dell'Est europeo.
Easy sarebbe il protagonista Isidoro (il bravo Nicola Nocella); ma easy è anche il compito che deve assolvere su incarico del fratello maneggione. Infatti il film reca sui manifesti, ma non sulla copia, il sottotitolo “Un viaggio facile facile”. Si tratta di riportare in Ucraina, passando per l'Ungheria, la bara di Taras, un muratore immigrato morto in un incidente per le cattive condizioni di sicurezza, per cui meno se ne sa meglio è. Easy è un uomo chiuso in se stesso: un ciccione depresso cronico, imbottito di tranquillanti, quasi catatonico; ma in gioventù è stato campioncino di go-kart e poi campione automobilistico, così in teoria sarebbe la persona adatta per quel lungo viaggio. La sua backstory viene rivelata a poco a poco. La sua carriera è finita quando si è addormentato in pista a pochi metri dal traguardo (per colpa dei tranquillanti di cui si faceva) – e nota che è la stessa cosa che vediamo capitargli durante il viaggio quando fa un giro per gioco con il muletto su una pista abbandonata. E' un tratto intelligente del film che quest'ultimo piccolo episodio si veda prima che noi sentiamo raccontare dell'episodio che ha terminato la sua carriera: in tal modo, esso è deprivato di un simbolismo altrimenti troppo evidente.
Se c'è un oggetto che può riassumere il personaggio di Easy è quel divano-finta-automobile che vediamo all'inizio del film. Da un lato, a livello diegetico, è finzione bizzarra, è il ricordo di un'auto, un simulacro che riprende (e per lo spettatore parodizza) i sogni infranti di Easy come campione automobilistico. Dall'altro, a livello simbolico, quella finta auto imprigiona Easy che ci si siede dentro a fare videogiochi di corse, rappresenta una gabbia psichica, dalla quale la peripezia del film lo farà uscire. Molto giustamente, mentre l'inizio insiste sui suoi primissimi piani di sguardi in macchina con aria scema – il che se fosse proseguito rischiava di divenire un tratto filmico troppo persistente – questo modo di inquadrarlo è mantenuto solo nell'apertura (che peraltro è la parte meno convincente del film).
Naturalmente in questo delirante viaggio-con-bara tutto va storto; nel suo vortice di sfiga, il film diventa una specie di catalogo dei Terrori del Viaggiatore Inesperto. Assai divertente, certo, e pieno di gag indovinate; ma al di là dell'aspetto comico, il viaggio di Easy assume un aspetto di sospensione stupefatta e fantastica. Epopea dello smarrimento in terra straniera, Easy è un grande film di visi. Indimenticabile il vecchio sul carro, indimenticabile l'anziana che serve ai due la zuppa, ma in generale c'è un “gusto fisionomico” che in qualche modo è tipico del mondo contadino est-europeo. Una menzione particolare deve andare alla fotografia di Dmitryi Nedria, che restituisce ottimamente le fisionomie, le atmosfere (queste fredde albe umide, queste notti impaurite), i panorami vuoti e i desolati paesaggi post-industriali. Easy è un esercizio di déplacement se mai ne abbiamo visto uno.
Un po' per senso del dovere, e molto per la forza propulsiva della sfiga, il protagonista si identifica totalmente con il suo compito; e le tragicomiche peripezie (a un certo punto la bara finisce anche a galleggiare su un fiume con Easy sopra come in barca) gli offrono l'opportunità di farlo uscire dal guscio. Il fatto che il compito sia di portare alla sepoltura una bara è indicativo, perché il risultato è che senz'accorgersene Easy va a seppellire il suo sé di uomo-bambino, agito e non agente, fin dall'alimentazione che gli impone la madre per farlo dimagrire: la mela e le barrette dategli dalla madre, che lui butta via appena partito comprandosi una vagonata di junk food; è una ribellione infantile, di pura golosità – ma è pur sempre l'inizio di una ribellione.
Beninteso, non è che diventi James Bond. Resta quel ciccione perplesso, quello sfigato a cui le cose succedono, e non le fa succedere. E tuttavia è indubitabile che l'Easy del finale sia tutt'altra persona rispetto all'uomo-bambino dell'inizio. Perché a tutti può capitare, nelle disgrazie della vita, di avvoltolarsi in se stessi, rinchiudersi in un bozzolo psichico da cui solo una forza esterna, uno shock, può farli uscire... un po' è la fossa dei serpenti di pre-psichiatrica memoria.
Il film non pone un'esplicita identificazione del protagonista con il morto Taras; ma notiamo che alla fine si crea un'autentica sostituzione. Dove c'era Taras ci sarà Easy? E' decisivo (e confermato da una dichiarazione del regista) che lo vediamo alla fine con un bambino, figlio di Taras, in braccio al posto esatto del vecchio trofeo delle corse che si portava ossessivamente dietro.
Per questo non penso che quello di Easy sia un finale aperto, come qualcuno ha detto. Anzi è chiuso, chiusissimo – semmai il punto è se Easy se ne renda conto. Ma poiché nel corso del film siamo giunti a sviluppare un'identificazione partecipe con questo ciccione smarrito, speriamo di sì.


1 commento:

Raffaella Mestroni ha detto...

che sia un grande film di visi è certo e altrettanto certo è il livello eccelso della fotografia di Dmitryi Nedria. Tutto il resto è puro esercizio di stile e anche stiracchiato.....