martedì 17 ottobre 2017

Train to Busan - Seoul Station

Yeon Sang-ho

I film di zombi sono la variante moderna del Giudizio Universale. Lo è, a rigore, qualsiasi disaster movie; ma più i film di zombi, perché queste creature ex-viventi mantengono un'apparenza residua di umanità che le rende demoniache, a differenza della meccanicità degli agenti naturali, e perché portano con sé un concetto di contagio che si estende naturalmente a tutto il mondo, mentre le catastrofi sono localizzate (a meno di non mettere in scena la distruzione totale della Terra, come Emmerich in 2012). Ed è un film di zombi davvero notevole il coreano Train to Busan di Yeon Sang-ho. Purtroppo non si potrà vedere sugli schermi italiani, ma la Tucker Film ne distribuisce il dvd (Midnight Factory). Molto opportunamente questo dvd comprende il lungometraggio cartoon dello stesso autore Seoul Station.

Per sua natura Train to Busan si pone agli antipodi di Dawn of the Dead (Zombi) di George A. Romero. Se quello era un esercizio di claustrofobia, un film centripeto dove l'invasione dei morti viventi si concentrava verso i protagonisti asserragliati in un centro commerciale, in Train to Busan la scena è mobile e lo “spettacolo del disastro” si rivela in senso spaziale agli occhi dei protagonisti e ai nostri. Perché assistiamo a una doppia invasione dei morti: nel macrocosmo delle città coreane e nel microcosmo del treno in corsa. Dopo il vecchio Horror Express (Pánico en el Transiberiano) di Eugenio Martin (Spagna 1972), non ricordo un horror altrettanto bello ambientato su un treno.
Il film è molto abile nel delineare con tocchi precisi come la percezione del disastro emerga a poco a poco ai passeggeri. All'inizio si vede di lontano un caos indistinto sulle scale mobili della stazione; poco prima per strada l'apparizione improvvisa di una fila di auto di ambulanze, pompieri e polizia aveva innestato un sentimento d'allarme. C'è nel film una corrispondenza logica e ben articolata tra la rivelazione progressiva attraverso la tv sul treno e i cellulari, quella attraverso la realtà dei luoghi e il rivelarsi del disastro sul treno stesso – perché una ragazza salita “malata” sul treno diventa zombie e morde una hostess, innestando il contagio che in questo film è immediato. Gli zombi si muovono come se avessero il corpo dolorosamente snodato, ruggendo, e sono velocissimi. Il classico e necessario handicap, che nei film di zombi classici (o per essere più precisi, romeriani) era la lentezza, qui è la vista: “Ci aggrediscono perché ci vedono” (ma non sanno per fortuna aprire le porte fra uno scompartimento e l'altro); basta fare uno sbarramento visivo di fogli di giornale sui finestrini, e non fare rumore, per nascondersi – ciò che innesta la consueta dialettica dei film di zombi tra potenza e fragilità. Yeon ha una capacità molto convincente di messa in scena. L'inizio del film è assolutamente da antologia: sulla strada un camioncino investe e uccide un cerbiatto, il guidatore riparte imprecando, e l'animale si alza, con un primissimo piano del muso divenuto contorto e feroce: un Bambi-zombie!
Qualsiasi film sull'irruzione progressiva del nemico è, si capisce, un film sulla società e su come risponde alla minaccia. Cosa interessante, nei film di invasioni extraterrestri la società reagisce e vince, nonostante la sproporzione delle forze, mentre nei film di morti viventi va in pezzi. Ma anche al di là di questa regola generale, il dittico degli zombi di Yeon mette in scena uno spaccato iper-pessimistico della società coreana che si può utilmente rapportare ai vari film sulla corruzione politico/giudiziaria usciti nel paese negli ultimi anni, da Inside Men di Woo Min-ho a The Unfair di Kim Sung-je, da The King di Han Jae-rim a The Mayor di Park In-je.

Il protagonista è un financial manager che pensa solo agli affari, divorziato; parte sul treno per Busan la mattina assieme alla figlia piccola, che gli vuole bene ma è delusa di lui. In una pagina memorabile, man mano che sta esplodendo il disastro, riescono a mettersi in contatto al cellulare con la nonna, che diventa zombi “in diretta” vocale. Il film ha una crudeltà molto coreana nel descrivere non solo il terrore e lo shock ma anche la disperazione affettiva della bambina (e la piccola attrice è eccezionale).
Come tutte le situazioni simili, il film è una rassegna di caratteri – fra i quali vorrei esprimere una preferenza per due memorabili vecchiette. Ha un ruolo più importante un ciccione duro e umanissimo, l'uomo della strada contrapposto al manager borghese. Divertente e ben pensato l'episodietto quando, sentendo del lavoro del padre della piccola, dice senza pensarci “E' una sanguisuga” e poi è imbarazzato davanti alla bambina; al che lei: “E' okay – tanto lo pensano tutti”. Un bel dialogo realistico e veloce assolve una certa tendenza allo stereotipo nella caratterizzazione dei personaggi. Emerge come villain del film un dirigente delle ferrovie in viaggio sul treno, che fomenta il conformismo impaurito degli altri passeggeri e del personale (è questo del conformismo, più che gli scherzi sul mestiere del protagonista, il vero senso politico del film).
Raramente nel cinema di zombi abbiamo viste scene del disastro così atmosferiche e ben realizzate (l'arrivo alla stazione apparentemente vuota, con tracce di sangue e con uno scudo della polizia insanguinato abbandonato in terra, è memorabile). Da notare, in uno scontro, il libro ficcato in bocca a uno zombi: rielaborazione drammatica della gag comica di Polanski col vampiro in Per favore non mordermi sul collo. C'è nel film un autentico senso della suspense, che emerge nella conclusione in modo addirittura doloroso.

Seoul Station è invece un ottimo cartone animato, che in pratica tratteggia il prequel di Train to Busan (al quale è superiore), con un bel montaggio e una narrazione sostenuta e logica. Se il disegno dei visi mantiene un realismo oggi molto diffuso ma artisticamente poco impressivo, il disegno degli edifici e della città è eccellente, anche con elementi fotografici inseriti ed elaborati nel disegno degli ambienti.
Alternandosi fra due storie convergenti, racconta del diffondersi dell'epidemia in un'interminabile notte a Seoul a partire dall'ambiente più povero, gli homeless che si radunano intorno alla stazione. Il film descrive con forza e partecipazione il mondo dei miserabili (gli ambienti infimi, la vita in strada dei senza casa, un pronto soccorso che non ce la fa più). Seoul Station è più politico di Train to Busan, dove l'elemento di satira sociale era presente ma laterale; qui occupa di prepotenza il centro. “Questo paese se ne strafrega di noi”, dice un homeless. “Sembra che i comunisti siano dietro a tutto questo”, dice la polizia; e di fronte a un gruppo di cittadini che hanno messo su una barricata e si difendono dagli zombi colpendoli con mazze, li tratta come una manifestazione non autorizzata, ordina di sciogliersi e suggerisce di andare a casa a guardare le notizie in tv.
Dopo la lunga notte dei morti viventi, il film si conclude su Seoul nella luce del mattino, in campo lunghissimo, con il fumo degli incendi. Se Train su Busan si chiudeva su una nota di tenue speranza, in Seoul Station il Giudizio Universale è completo.

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